Danza come sogno per «Nomade» al teatro Smeraldo

Omaggio alle feste d’una volta nello spettacolo messo in scena dal «Cirque Eloise» dopo tre stagioni passate in giro per il mondo a raccogliere applausi

Igor Principe

Cominciamo con una spiacevole constatazione: certi spettacoli arrivano in Italia dopo che mezzo mondo li ha già visti. Sono show difficilmente inquadrabili in rigide categorie; li attraversa una scossa elettrica che viaggia in trasversale tra le varie arti, unendole sotto l'egida della nuda e felice creatività.
Ciò constatato, si può mutare la spiacevolezza in moderato sollievo osservando come il novembre milanese del teatro annoveri nel suo cartellone due di quegli show. Uno è in scena al Nuovo: Mayumana, e se n'è già detto. L'altro debutta domani al teatro Smeraldo, si intitola Nomade e lo porta in scena la compagnia Cirque Eloize. È nato tre stagioni fa ed è stato tenuto a battesimo negli Stati Uniti. Poi ha cominciato a viaggiare: Quebec, Francia, Irlanda, Hong Kong, Israele, Brasile. Finalmente, dopo oltre 500 repliche, arriva anche dalle nostre parti.
«In questo lavoro c'è il sapore del matrimonio», racconta Daniele Finzi Pasca, che ne è regista e autore dei testi musicali. Sotto un certo profilo, l'unione è evidente: Nomade è infatti uno spettacolo che coniuga l'arte circense con quella del teatro tout court. Ma il matrimonio cui pensa Finzi Pasca è di altro genere, e molto più tradizionale. «È un omaggio a un certo modo di celebrare le feste, che appunto rivedo nei matrimoni di un tempo. Provengo da una famiglia di fotografi, e questo spettacolo è dedicato a quelle immagini che loro seppero cogliere e che io rimetto in movimento. Si tratta di suggestioni che mi seguono da sempre, e che hanno contribuito a definire i temi del mio modo di fare arte. Non si tratta però di esprimere nostalgia per un tempo perduto, ma di guardare a quel passato per ritrovarsi e andare avanti».
Sottotitolo di Nomade è «La nuit, le ciel est plus grand». L'allusione è alla capacità di immaginare e sognare amplificata da un'ipotetica stellata notturna, quando all'infinito del suo azzurro il cielo sostituisce quell'immenso soffitto di puntini bianchi, svelandosi nella sua immensità. «Al centro di quei pensieri c'è un mondo dove l'acrobazia e la sensualità sono centrali - spiega Finzi Pasca -. Ho immaginato che tutto parta da un bambino che sogna, dando vita a un nomadismo della fantasia che, alla fine, appartiene a tutti noi. Il bisogno di viaggiare nell'immaginario fa parte della natura umana».
Tra canti, danze, musiche, giochi, contorsioni e voli, sul palco scorre una storia composta come un mosaico di quadri. Se li si guarda da vicino, ognuno di essi mostra una sua identità precisa. Se però ci si allontana da quel mosaico per coglierne la visione di insieme, allo sguardo appare il viaggio nella memoria cui il regista ha accennato. «Non ho voluto pensare a numeri e scene legati in sequenza - dice -, piuttosto ad un incedere di immagini sovrapposte in cui la narrazione dia voce all'inconscio di chi guarda. Ciascuno è libero di costruire il proprio racconto personale».
Libertà che comunque fa i conti con i confini disegnati dall'incontro tra teatro e circo. Certe acrobazie sono degne dei migliori tendoni, ma per farle nascere i loro autori si sono confrontati con l'approccio classico dell'attore al testo. «Avevo a disposizione straordinari interpreti, ai quali ho chiesto di interrogarsi sul proprio lavoro come fa solitamente un attore o un ballerino - prosegue Finzi Pasca -. Non so dire se sia stato facile o meno. Posso dire però che questo processo ha portato a una continua maturazione dello spettacolo, cresciuto giorno dopo giorno attraverso cambiamenti impercettibili».