"Prima danzavo col pallone ora provo a dribblare la tv"

L’ex campione del mondo Paolo Rossi da domani sarà uno dei concorrenti di "Ballando con le stelle": "È venuto il momento di divertirmi"

Corto circuito mediatico. Che ci fa Paolo Rossi a Ballando con le stelle? Chiunque ricordi Pablito - nomignolo che basta da solo a far sussultare d’orgoglio patrio il cuore dei teleutenti calciofili - ricorderà l’eroe nazionale del «mundial» di Spagna 82 come anti-divo colto, riservato, estraneo a qualsiasi strepito mondano. Mentre invece da sabato su Raiuno se lo ritroverà (assieme ai colleghi sportivi Alessia Filippi e Christian Panucci, al cantante Povia, agli attori Vittoria Belvedere, Kaspar Kapparoni e Gedeon Burkhard, e poi ad Alessandro Di Pietro, Barbara Capponi, Bruno Cabrerizo, Madalina Ghenea e Sara Santonastasi) a sgambettare sulla pista dello show danzerino di Milly Carlucci. «Mai ballato in vita mia - mette subito avanti le mani lui -. In discoteca ci sarò stato, si e no, tre volte. E per il valzer non so neppure da che parte si comincia».
E allora, scusi, cosa le è venuto in mente di lanciarsi in quest’avventura?
«Me lo domando anch’io. Il fatto è che ho sempre amato cimentarmi in cose nuove, conoscere mondi totalmente diversi. E infatti: ancora non so dove sono né cosa sto facendo... Ma so che mi sto divertendo».
Stupisce che un campione celeberrimo ma riservato, perfino quand’era un idolo, ora si getti proprio al centro del circo mediatico.
«Io non la vivo così. È vero che dall’87, quando appesi le scarpette al chiodo, non ho più fatto nulla d’eclatante. Mi sono occupato d’edilizia, di agriturismo; produco dell’ottimo olio e un vino eccellente. Ma non ho detto si a Milly per fame di fama. Quella l’ho già avuta, se permette; e d’un genere irripetibile».
Ma a chi la vedrà in pista cimentarsi fra tanghi e beguine, non rischierà d’appannarsi lo smagliante ricordo dei suoi trionfi?
«E perché mai? Vede: finché ero calciatore hanno deciso sempre gli altri per me. Non ho mai potuto fare quello che volevo. Così la fine della carriera, che per quasi tutti è un trauma, per me è stata invece una liberazione. Staccata la spina finalmente sono rientrato nella normalità. E mi sono detto: ora il mio tempo me lo gestisco io. E quindi, se voglio, mi diverto anche ad andare a sgambettare in tv».
Per questo, al contrario di molti colleghi altrettanto titolati, s'è allontanato dal mondo del calcio?
«Per fare l’allenatore non credo d’avere né carisma né vocazione. C.t. della Nazionale? Figuriamoci: oggi è diventato un mestiere tremendo. Non frequento neppure gli amici del mundial: sento soltanto Cabrini e Tardelli. E la mia appartenenza all’area del pallone si limita al ruolo di opinionista, da otto anni, a Sky Sport».
Oggi i calciatori sono molto cambiati. Da eroi popolari e taciturni, tutti casa e campo, sono diventati divi glamour, paparazzati per veline e gossip. Che ne pensa?
«Mah: sono i tempi. E poi bisogna anche pensare che a certi livelli, quando hai appena 18, 20 anni, e vieni catapultato in un mondo dove girano cifre astronomiche e tutti si prostrano ai tuoi piedi, è facile che ti giri anche la testa. Noi eravamo degli idoli, ma a portata di mano. La gente poteva fermarci per strada, e coi giornalisti chiacchieravamo dopo la partita, davanti a un piatto di fettuccine. Oggi invece le star del pallone sono inavvicinabili».
Pelè o Maradona?
«Pelè era un mito. Con Maradona ci ho giocato... e questo me lo ha reso un po’ meno mitico».
Bearzot o Lippi?
«Bearzot. Ma è facile dirlo. Per me è stato un padre. Ci ho vissuto accanto notte e giorno per dieci anni. Era un signore. Uno fuori del coro. Una spanna sopra tutti gli altri».
Messi o Cristiano Ronaldo?
«Messi. Perché non è un divo, non si atteggia. Non rischia di diventare un’immagine patinata».