Come dare un calcio al talento in nome del successo

Si può parlare di calcio in modo epico. Si possono dedicare un centinaio di pagine al gioco più bello del mondo senza cadere nei soliti luoghi comuni. Si può usare il football come felice metafora dell'esistenza, perché la palla non è rotonda, «la palla è quadrata come un dado da gioco. Come una cornice di una fotografia che ti ricorda chi sei». E perché «una partita è tutta una questione di tempo», «una partita di calcio è un concerto senza partitura».
Comincia così, con un periodare cesellato nella scelta del lessico e nella sintassi, il felice esordio narrativo del quarantenne milanese Maurizio Zottarelli, che ne L'undicesimo dito (Bompiani, pagg. 94, euro 8) racconta - quasi fosse una leggenda sentita chissà dove - di Kevin McKee, artista del calcio dai natali irlandesi (è venuto alla luce il giorno di San Patrizio, a Belfast) che finisce osannato negli stadi con la gloriosa maglia del Manchester United salvo ritirarsi all'improvviso, nel bel mezzo di una carriera trionfale, senza dire niente a nessuno.
«Volevo narrare una storia attorno all'idea della ricerca spasmodica del successo e di ciò che accade quando si tradiscono le motivazioni che ci hanno spinto a inseguirlo: il protagonista, quando capisce che sta per perdere il gusto per la bellezza che fin da piccolo lo ha trascinato nel gioco del calcio, abbandona tutto e se ne fugge via», spiega Zottarelli, giornalista di professione (scrive di politica sulle colonne di Libero) e premiato autore teatrale. E viene proprio dal palcoscenico la storia di McKee, l’“Undicidita” (nomignolo che Zottarelli affibbia al calciatore per la sua proverbiale bravura coi piedi, come se solo una mutazione genetica potesse spiegarne il talento): «Il testo è nato come un monologo messo in scena da Giovanni Zola durante il Meeting di Rimini: la risposta del pubblico è giunta fino alle orecchie degli editor di Bompiani ed è stato allora che ho lavorato sulla struttura narrativa della storia - spiega l'autore -. Volevo costruire un romanzo breve sul calcio, che considero un tema artisticamente significativo come altri». I precedenti illustri, a cominciare da Saba, del resto non mancano e lo sforzo di Zottarelli (milanista convinto) è quello di descrivere, in una prosa immaginifica che ricalca in italiano il periodare anglosassone, il gioco del calcio come parabola della vita umana.
Dopo la messa in scena di Shakespeare al kilo-Commedia in quattro etti e di Marlboro Lights che si è aggiudicato a New York il Niaf Prize per le opere teatrali inedite in lingua italiana, Maurizio Zottarelli è ora alle prese con un nuovo romanzo. Questa volta l’ambientazione sarà tutta italiana, e in buona parte milanese: «Milano è il perfetto contesto per una storia che narra la vita di un intellettuale del nostro tempo, spiazzato dal sistema ma con tante interiori debolezze che gli impediscono di combatterlo - spiega l'autore -: da questo punto di vista è la città più significativa di Italia perché porta più di ogni altra sulla propria pelle i segni, spesso contraddittori, della nostra società».