Per dare una mano alla Chiesa s’inventò un papa

Inquieto, dominato da umore sarcastico, secondo un amico era «come certe pere, brutte a vedersi e dolci a mangiarsi». Conquistò la stima di D’Annunzio con una risposta

Benché laico, fu un precursore del Concilio Vaticano II. Anticipò l’ecumenismo religioso di papa Giovanni XXIII. Cercando conforto agli orrori della guerra, osservò profeticamente nel suo Diario del 1944: «Il compito del Cristianesimo, nei prossimi anni, sarà immenso... a patto che diventi veramente cattolico... Bisogna unire Settentrione (Riforma) e Mezzogiorno (Roma); Oriente (Russia) e Occidente (America e Europa)... unità di tutti in Cristo». E avvertiva, presagendo il futuro «dialogo tra le religioni» di papa Roncalli: «Queste unioni non saranno possibili senza integrazioni dottrinali e spirituali». Un chiaro invito ai filoni separati del Cristianesimo a rinunciare alle peculiarità in nome dell’essenziale.
La cosa fece rumore e stimolò il Nostro a dare alle stampe un apocrifo. Fingendo il ritrovamento di un manoscritto, pubblicò 16 lettere attribuite a Celestino VI, un papa mai esistito. In esse, il papa immaginario raccomandava ai cristiani di ritrovare l’unità in nome della pace universale. A nessuno sfuggì che nel mirino dell’autore c’era Pio XII, l’ultra ortodosso pontefice regnante, irremovibile circa il primato della Chiesa di Roma. La pubblicazione attirò sul nostro spiritaccio gli strali del bigottume che ne rievocò i trascorsi dissacratori e la fama giovanile di quasi posseduto dal demonio.
Un quarto di secolo prima, la sua conversione religiosa aveva preso tutti alla sprovvista. Nulla la lasciava presagire in quell’incallito senza Dio. L’intellettualità italiana ne rimase basita, ma recuperò subito con un fiume di chiacchiere e supposizioni. Il catecumeno poi, che aveva un genio speciale per attirare l’attenzione, fece l’impossibile per gonfiare il dibattito. Fu il primo a dire che il suo caso non poteva passare sotto silenzio. «L’esempio di un uomo che dopo tanto scavallare, motteggiare e vaneggiare torna a Cristo non ha un significato solo personale», scrisse. Anzi, era l’occasione per una collettiva riflessione sull’onnipotenza del Signore. Si abbandonò ai crucifige e rievocò qual era. «Ebbi fin da bambino una repulsione per tutte le fedi riconosciute, per tutte le chiese, per ogni forma di vassallaggio spirituale». Ma adesso era tutto finito e si pentiva con furore della passata stoltezza.
Per quanto male dicesse di sé, non poteva impedire agli altri di vederlo quale fosse davvero. Era sì un inquieto, dominato da un umore sarcastico. Aveva certo l’aspetto allampanato, i capelli in tempesta, i grossi occhiali tartarugati che gli davano un’aria da barbagianni divoratore di rosicanti. Ma era un gran brav’uomo e uno spirito eletto. Prezzolini, che lo conobbe, disse di lui: «È come certe specie di pere, brutte a vedersi e dolci a mangiarsi».
Figlio di un modesto negoziante di mobili, fu un autodidatta onnivoro, frequentatore di biblioteche pubbliche. Fece le scuole tecniche e si diplomò maestro come Mussolini, che fu suo amico. Al giovanotto a corto di quattrini che diventerà il duce, dette la possibilità di racimolarne un po’ cooptandolo tra i collaboratori del settimanale di cui fu cofondatore. Il futuro dittatore ricambiò, pubblicando sul suo Popolo d’Italia una serie di articoli del Nostro in favore dell’intervento italiano nella Grande guerra.
Il giornalismo non fu però il suo unico interesse. Lo affascinava la poesia e ne scrisse di magistrali. Tra le più note quella dedicata alla moglie, Giacinta Giovagnoli, una ragazza di campagna di Bulicano, nei pressi della Verna. Nel paesino arrampicato, il Nostro costruì, si potrebbe dire con le sue mani, un rifugio in cui trascorreva le estati e i periodi di meditazione.
Come versificatore crepuscolare divenne presto punto di riferimento della nuova generazione. Fu subissato di melanconici che volevano giudizi sulla propria Musa. Un aspirante lo pregò di leggere un libriccino di sue composizioni. Il Nostro lo scorse e constatò con fastidio che il giovanotto si era ispirato fin troppo alle sue poesie. Tempo dopo, l’autore chiese trepidante: «Ha letto le mie poesie?». «Sì - gli rispose l’altro burbero - però mi sono accorto che anche lei ha letto le mie». Era celebre nella cerchia di amici per le rispostacce.
Un giorno D’Annunzio, già pieno di gloria, invitò la redazione del Nostro, lui compreso, alla «Capponcina», la villa fiorentina del Vate. Andarono tutti, non lui. Un paio di mesi dopo, la redazione ricambiò la cortesia. Quando D’Annunzio vide il ventiseienne, lo apostrofò: «Vi avevo invitato. Perché non siete venuto?». Conoscendolo, gli amici temettero una battutaccia. Ma il Nostro rispose: «Verrò volentieri quando avrò fatto qualcosa che mi permetta di discutere con voi a armi pari. Ora sono troppo giovane. Ma verrò». La risposta piena di dignità incantò il Divino.
Dopo la conversione e per sei lustri, il nostro fu il Maritain italiano. E, come accade, il Signore lo mise alla prova negli ultimi anni di vita con una malattia tremenda che gli tolse progressivamente tutti i sensi, lasciandogli intatto il cervello. Non articolava più, emetteva solo gridi che dovevano essere interpretati. Le sue opere estreme furono trascritte dalla nipote, Anna Paszkowski, l’unica che li capiva.
Chi era?