Dare stabilità all’Italia non è cesarismo

Gentile Direttore,
questa polemica sul «cesarismo» appare francamente infondata, capziosa e poco rispondente alla realtà e alle esigenze vere della politica italiana.
Innanzitutto, bisognerebbe distinguere fra il «cesarismo» applicato alla sfera del governo e il «cesarismo» riguardante i partiti politici del centrodestra.
Per quanto riguarda la prima questione, più che di cesarismo bisognerebbe parlare della necessità di garantire all’Italia, specialmente in questo momento, governabilità e stabilità politica. In Italia dobbiamo ancora acquisire quel forte potere dell’esecutivo che in tutti i Paesi europei è un traguardo conquistato e non contestato, mentre da noi ci troviamo in una situazione ancora condizionata da un assemblearismo che lungi dal tradursi in un doveroso controllo del Parlamento sull’azione del governo, si esaurisce in bizantinismi tanto defatiganti quanto inefficaci.
L’attuale governo gode di un ampio consenso nel Paese, fra tutti gli strati sociali, proprio perché ha saputo assicurare decisioni rapide ed efficaci, senza per questo nuocere alla centralità del Parlamento. Non bisogna frenare il governo su questa strada, anzi è augurabile che il governo sia incoraggiato e sostenuto dalle forze politiche della maggioranza, a proseguire nell’adozione di provvedimenti urgenti, che rispondono agli interessi generali del Paese, come quelli che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha assunto nel pieno della crisi internazionale, e come quelli che oggi si annunciano per la ripresa dell’economia. Questa necessità non contrasta con il ruolo del Parlamento, perché un governo forte e autorevole ha bisogno di un Parlamento altrettanto forte e autorevole.
Per quanto riguarda invece la seconda questione, provo una grande amarezza soprattutto perché osservo da tempo una diffusa incapacità di analizzare i mutamenti positivi intervenuti in questi anni, nell’evoluzione di Forza Italia e una sostanziale sottovalutazione dei risultati non scontati conseguiti nella creazione del nuovo Partito della Libertà.
Certo la nascita, la crescita e lo sviluppo di Forza Italia è avvenuta attorno alla leadership di Silvio Berlusconi. Non sarò certo io a negare il valore della leadership carismatica nella politica dei partiti moderni e l’influenza determinante che svolge tuttora Berlusconi nell’assicurare una tenuta e una coesione all’alleanza del centrodestra. Ma non posso non sottolineare il fatto che in questi anni Forza Italia è divenuto un partito moderno, popolare e di massa, casa comune di cattolici e di riformisti, di laici e di credenti, dimostrandosi oltretutto capace di elaborare una propria cultura, una propria piattaforma politica, una propria organizzazione e, non ultima, una propria originale selezione democratica della classe dirigente.
La mia idea è sempre stata, sì, quella di un partito fondato sulla leadership, ma un partito come corpo, come comunione di valori di speranze, di impegno.
Allo stesso modo sono sempre stato favorevole a una democrazia degli elettori e non dei partiti: una democrazia però che si organizza sul territorio, che vive in una rete di iniziative, di presenze, di partecipazione al governo locale, di spirito di servizio.
Oggi - come ha scritto De Rita - viviamo tutti come componenti solitarie di una società che ha perso luoghi, occasioni e meccanismi di integrazione sociale. Restiamo molecole che possono accostarsi ma che non si legano e integrano fra loro.
Occorre invece far maturare una cultura delle relazioni, partendo dal basso, dalle piccole relazioni e strutture della vita quotidiana. Come dimostra la presenza comunitaria della Chiesa, che vivifica il territorio, con la diffusa attività delle parrocchie, case religiose, movimenti, associazioni, centri di volontariato.
Questa è anche l’altra faccia del federalismo, che considera la vita locale come modello di coesione sociale capace di suscitare comportamenti e iniziative di responsabilità.
Questa cultura influenza - io credo - anche il modello di partito che vogliamo edificare.
Il nuovo partito nasce sulla condivisione di questi valori, di questa visione della società, del futuro dell’Italia.
Negli ultimi anni ho speso tutte le mie capacità e la mia sensibilità personale per unire, per tenere insieme, per aggregare, per infondere il sentimento della solidarietà di partito, della comune appartenenza a un progetto di rinnovamento dell’Italia.
Ho contribuito, insieme a Fabrizio e a tutta la classe dirigente di Forza Italia, a far crescere il partito, rinnovarlo, ad assistere Berlusconi nel proposito di una svolta generazionale nel partito e ora anche nel governo, che si è realizzata e che rappresenta uno dei motivi di forza dell’attuale governo.
Perché non riconoscere tutto questo? Perché ricominciare sempre la discussione, che pure è utile, da giudizi e definizioni che, al di là delle intenzioni, alimentano innumerevoli equivoci e malintesi?
Perché non valorizzare i tanti momenti di riflessione comune e di impegno unitario che, dagli incontri di Todi all’assemblea costituente del Partito della Libertà, ci hanno visto preparare insieme il progetto che oggi vediamo realizzarsi, e che rappresenta un evento storico nella vita del nostro Paese?
Ministro della Cultura