Dare del «tu»: segno di distacco più che di intimità

Segno indubbio di decadimento dei tempi questo, ove si rammenti che una cinquantina di anni orsono il leader del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, a Montecitorio, attaccato violentemente e preso a male parole se non ad insulti da un avversario che si permetteva di rivolgersi a lui con il tu, l’unica cosa che di rimando gli gridava era un sonorissimo: «Mi dia del lei! Ha capito? Mi dia del lei!».
Mauro della Porta Raffo, Varese

Se è per questo, caro MdPR, Togliatti gelava con una occhiataccia i pochi militanti che s’azzardavano a chiamarlo «compagno» (appellativo che, appunto, implica l’uso del tu). Altri uomini, altra sinistra. Ora gli uni e l’altra praticano il pappa-e-ciccia verbale dando indiscriminatamente del «tu» per mostrarsi democratici e alla mano. Senza dire che il «tu» fa tanto giovane e Prodi è giusto un vizzo giovanilista, al punto da andare in bicicletta con ridicole mutande alla Ivan Basso. Anche se poi, a ben vedere, il «tu» che dispensa testa quedra è fratello germano di quello che il signor conte rivolgeva al cocchiere: non segno di vicinanza e meno che mai di intimità, ma, al contrario, di ben marcato distacco. Nel folgorante sonetto del Belli Li soprani der monno vecchio il Re da sì del tu ai sudditi, ma così ammonendoli: «Io so io, e voi nun zete un...» a cui segue una parola che il pudore m’impedisce di scrivere. Va da sé che le persone perbene rispettano la gerarchia degli allocutivi e non verrebbe loro mai in mente di dare del «tu» (ma possibile che non esista verbo equivalente al francese tutoyer?) a persone che nemmeno conoscono. Salvo che agli amici intimi (e non è nemmeno detto) e ai familiari un galantuomo da del «lei». Che se poi gli spagnoli non avessero devastato oltreché le tradizioni e il gusto anche la materna nostra lingua, si darebbe del «voi», elegante pronome caduto in disuso a partire dal Cinquecento per scimmiottare il barocco e burocratico ella castigliano. E pensare che se non ci fosse stato il 25 luglio ci saremmo liberati da quella spagnolesca, zapatera eredità: perché parliamoci chiaro, caro MdPR, una delle cose ottime del regime fascista fu proprio la «Battaglia del voi», combattuta petto in fuori da fior di intellettuali poi ovviamente riciclatisi nell’antifascismo: Elsa Morante, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Vasco Pratolini, Concetto Marchesi, Giorgio Strehler, Arturo Carlo Jemolo, Massimo Mila, Renato Guttuso e millanta altri che firmarono (tutti firmaioli di professione, gl’intellettuali...) il manifesto anti-lei del Duce. E guarda tu come va il mondo: a dar addosso al «lei» per instaurare un regime tutocratico oggi ci riprova con la suadente arma dell’esempio il nostro gagliardo testa quedra. Ma non credo andrà lontano. Tira infatti una brutt’aria da Gran Consiglio anche per lui. La stagione, oltre tutto, è quella giusta.
Paolo Granzotto