Darfur, ecco il contributo italiano: soltanto aiuti, neanche un soldato

Secondo il ministro degli Esteri D'Alema il Paese non ha le risorse militari per sostenere un simile sforzo. In realtà è un altro cedimento alla sinistra radicale

Ma noi non ci saremo! Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha annunciato che l’Italia, dopo aver propugnato in tutte le sedi una missione Onu nel Darfur ed essersi proclamata sponsor della risoluzione 1969, non invierà nella travagliata regione del Sudan un singolo soldato o carabiniere. Il contributo nazionale si fermerà agli aiuti umanitari e a un po’ di quattrini, ma niente uomini in uniforme, e nemmeno un poco pericoloso intervento logistico.

Che il vento tirasse in questa direzione era già chiaro dopo la conferenza internazionale sul Darfur svoltasi in giugno a Parigi, tuttavia si pensava che almeno sul versante delle forze di polizia Roma avrebbe offerto un contributo.

La «scusa» ufficiale accampata nei confronti dell’Onu e della comunità internazionale per tirarsi indietro è però ridicola: secondo D’Alema l’Italia non ha le risorse militari per sostenere un simile sforzo. Il che è una fandonia, inventata per evitare problemi, more solito, sul fronte politico interno. Già, perché la missione Unamid è un’operazione tosta, si svolge sotto l’insegna del capitolo VII della Carta dell’Onu, e questo vuol dire che i caschi blu non solo sono autorizzati a usare le armi, ma potranno farlo anche con regole d’ingaggio piuttosto permissive. In parole povere: nel Darfur i caschi blu finiranno per sparare. E quindi l’Italia è costretta a rimediare l’ennesima figuraccia internazionale, proprio con l’Onu a cui si vorrebbe attribuire il governo del globo e la soluzione di ogni crisi. Ma questo solo se non si urta la suscettibilità dell’ultrasinistra pacifista.

In effetti le cifre dicono chiaramente che l’Italia un contingente per il Darfur avrebbe potuto assemblarlo senza affanni: l’impegno medio di militari in missioni internazionali per l’anno in corso si attesta a 7.500 unità, essenzialmente distribuite tra Afghanistan (2.000), Balcani (2.250) e Libano (2.450). La macchina militare italiana si è dimostrata capace di schierare a tempo indeterminato fino a 12.000 uomini. E con la fine della missione in Irak e il ridimensionamento di quelle nei Balcani (specie con la conclusione dell’impegno in Bosnia) non è certo un problema preparare, schierare e sostenere nel Darfur un contingente di un migliaio di soldati. E si potrebbe fare anche di più utilizzando le unità Msu dei carabinieri.

Se proprio non si volessero impegnare truppe a terra, si potrebbero inviare mezzi aerei, tanto più visto che Bush ha avanzato anche l’idea della creazione di una no-fly zone sul Darfur. Basterebbe solo aumentare gli stanziamenti per pagare i costi della missione e l’operazione potrebbe partire. Del resto lo stato maggiore Difesa ha già studiato l’operazione, le diverse opzioni, ha analizzato il territorio, la situazione della sicurezza, ha creato una discreta rete di intelligence ed era pronto ad attivarsi se fosse arrivato l’input politico. Che invece non c’è stato, riducendo così ancora di più il ruolo del Paese nella gestione dei cruciali problemi della sicurezza internazionale.

Probabilmente partecipare alla missione nel Darfur non rientra negli interessi nazionali essenziali dell’Italia. Se ne può fare a meno. Ma se si formula una politica Onu-centrica poi bisogna essere coerenti. E non rifugiarsi nell’italico «armiamoci e partite».