«Darfur, libero il medico italiano rapito» La notizia del rilascio dei quattro operatori è stata diffusa in serata dalle autorità di Khartum Ma Msf non conferma: «Non abbiamo avuto contatti diretti». La Farnesina avvia le verifiche

È ancora un giallo la liberazione dell’italiano Mauro D’Ascanio, dell’infermiera canadese Laura Archer e del coordinatore di Medici senza frontiere-Belgio, il francese Raphael Meonier rapiti mercoledì in Darfur. Nella serata di ieri, le autorità sudanesi avevano diffuso la notizia del rilascio degli ostaggi: tutti liberi, sembra senza sparare un colpo, dopo 48 ore di prigionia. «Sono in mano all’esercito sudanese che li sta scortando ad El Fasher, il capoluogo del nord Darfur», confermava una fonte del Giornale verso le nove di sera. Lo stesso nostro ministero degli Esteri poco dopo rendeva nota la liberazione degli ostaggi, pur non chiarendo nel comunicato come fosse avvenuto il rilascio. Poi, un colpo di scena: poco dopo le 23 Medici senza Frontiere dichiarava di poter «solo confermare che nella serata di oggi, siamo stati informati del possibile rilascio dei nostri operatori» ma di non aver avuto ancora contatti diretti con loro. L’annuncio rimetteva al lavoro la Farnesina che ha avviato le verifiche in merito all’annunciata liberazione.
Tutto era iniziato mercoledì alle 19, quando D’Ascanio, 34 anni, medico di origini venete, era stato prelevato da un gruppo di uomini armati, assieme agli altri ostaggi. Il sequestro è avvenuto a Serif Umra, la località dove i medici senza frontiere belgi hanno una clinica che serve 60mila anime del Darfur. Ieri a Khartum, la capitale del Sudan, circolava l’indiscrezione su un riscatto di un milione di dollari, ma c’era dell’altro. Assieme ai soldi i sequestratori avevano avanzato la richiesta di congelare il mandato di cattura internazionale per il presidente sudanese, Omar al Bashir, accusato di crimini di guerra nel Darfur. La notizia era stata rivelata da al Hayat, un giornale arabo. «Durante una conversazione telefonica con i mediatori sudanesi - scriveva ieri al Hayat - hanno chiesto che la Corte penale internazionale ritiri il mandato di cattura contro al Bashir in cambio della liberazione degli ostaggi».
Il governo sudanese ha subito smentito, perché rischiava di rendere ancora più imbarazzante la posizione del suo presidente. Non solo: da Khartum nessuno si scagliava contro i ribelli del Darfur, nemici giurati, accusandoli del rapimento. Segno che la banda di sequestratori potrebbe essere vicina alle autorità. Secondo i ribelli anti governatori si trattava di janjaweed, i tagliagole islamici utilizzati da Khartum per massacrare i civili nel Darfur. Agli ordini di Musa Hilal, un capobastone islamico che il 10 marzo ha firmato il comunicato dell’ «Alleanza dei movimenti jihadisti per il martirio» in cui si minacciano rappresaglie e attentati «dentro e fuori il Sudan» contro i sostenitori della Corte penale internazionale che ha incriminato al Bashir.
Ieri il sottosegretario agli Esteri sudanese, Mutrif Siddiq, aveva smentito la richiesta del congelamento del mandato di cattura per il suo presidente. Però il governo sapeva benissimo dove si trovavano gli ostaggi.
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