Darfur, rapito operatore italiano di Emergency Liberazione vicina, il governo locale: "Sta bene"

Francesco Azzarà lavora in un ospedale di Emergency. Mistero su chi abbia preso il cooperante. Lo stupore di Gino Strada: "E' un fatto insensato". Il 2011 è l'anno record per i sequestri dei nostri connazionali

Francesco Azzarà, operatore di Emergency nella turbolenta regione sudanese del Darfur, è stato rapito il giorno prima di Ferragosto, ma «il cerchio attorno ai sequestratori si sta stringendo» secondo il governo locale. Si tratta dell’ostaggio italiano numero 14, in giro per il mondo. Gli altri in mano a pirati o terroristi, dalla Somalia alla Nigeria, certificano il 2011 come l’annus horribilis per i sequestri di persona dell’ultimo decennio. Tutti sono in ostaggio in Africa, al di sopra dell’Equatore, a parte un paio di casi aggiuntivi in Venezuela. Domenica scorsa verso le 17.30, il logista di Emergency che amministra il centro pediatrico dell’Ong a Nyala, capoluogo del Sud Darfur, si stava recando all’aeroporto. Azzarà, 34 anni, viaggiava su una vettura di Emergency, con due locali, per andare a prendere un collega in arrivo da Khartoum. Il mezzo dei sequestratori lo seguiva. I rapitori hanno fermato armi in pugno la macchina di Emergency ed intimato ad Azzarà di scendere. Poi se lo sono portati via. «Non ce l’aspettavamo. Stiamo cercando di capire il perché» ha dichiarato da Khartoum, Gino Strada. Emergency è ben voluta in Sudan, dove opera dal 2004. Alla periferia della capitale ha creato il centro Salam di cardiochirurgia, l’unica struttura specializzata e gratuita in una fetta d’Africa con 300 milioni di abitanti.
Dallo scorso anno il Centro pediatrico di Nyala assiste i bambini fino ai 14 anni. Il Darfur è stato devastato da una guerra civile che ha provocato almeno 300mila morti. I caschi blu africani non riescono a pacificare la regione in lotta con Khartoum. L’ultimo accordo di pace è stato firmato in luglio, solo da una formazione armata su tre. Il governatore del Sud Darfur, Musa Kasha, punta il dito contro Jem e Sla, i gruppi guerriglieri che non hanno siglato l’accordo. «È un atto riconducibile ai ribelli. Vogliono dimostrare che la zona non è sicura» dichiara il governatore parlando del sequestro. Poi, però, non esclude «del tutto un atto di banditismo». Il suo vice, Abdul Karim Moussa, sostiene che l’ostaggio «sta bene ed il cerchio si sta stringendo» attorno ai sequestratori. Il governo locale ha precisato che «non verrà pagato alcun riscatto». A Nyala e dintorni l’instabilità ha provocato una sequenza di rapimenti, violenze e furti spesso imputabili alla criminalità comune. Il sito del Corriere aveva pubblicato ieri la notizia, che l’italiano sarebbe stato rapito da un sottoclan della federazione di tribù Rezegat. La stessa del governatore Kasha, che esclude qualsiasi coinvolgimento. Uno dei loro leader più noti, Mussa Hilal, aveva organizzato i «janjaweed», i «diavoli a cavallo» che durante la guerra civile terrorizzavano i villaggi del Darfur contrari al governo centrale. Da Emergency fanno notare che la pista «politica» sarebbe la meno attendibile. Nel caso di Azzarà si propende per i banditi del Jabel Marra legati ai clan tribali. «Non sarebbe una novità. I rapimenti di queste bande sono abbastanza consueti» spiega Rossella Muccio, coordinatrice di Emergency. Anche il risentimento di una guardia, un amministratore e un medico del posto, allontanati dal centro pediatrico, potrebbe avere un ruolo. «Tutto è possibile - afferma la responsabile di Emergency - anche se non è la prima volta che qualcuno viene allontanato. Certo, potrebbero aver fatto da palo, ma è solo un’ipotesi». Se venisse confermata la pista non «politica» il sequestro potrebbe risolversi in poco tempo. Emergency ha inviato a Nyala una squadra per affrontare la crisi. L’Unità di crisi della Farnesina è stata subito attivata e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha confermato che «ci sono delle piste». Azzarà, laureato in Economia aziendale, era da un mese e mezzo in Sudan e aveva già partecipato a una missione di Emergency. A Motta San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, vivono i genitori. Il cognato, Vincenzo Catalano, racconta: «Quest’esperienza lo appassionava molto. Era stanco, ma non si sentiva in pericolo».
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