Per Daria Bignardi a volte servono risposte «barbariche»

Pur essendo un estimatore e spettatore delle trasmissioni di Daria Bignardi nonché lettore della sua rubrica settimanale su Vanity Fair mi sono sentito offeso durante la puntata delle Invasioni Barbariche di venerdì per la piega che ha preso l’intervista a Massimo Ponzellini. Premetto che non conoscevo se non sommariamente Massimo Ponzellini, neo presidente della Banca Popolare di Milano e già della Impregilo. Il ritratto che ne è venuto fuori, al di fuori delle importanti esperienze professionali, è quello di un vero signore, un gentleman di altri tempi, educatissimo, molto spiritoso, modesto, cosa rara in personaggi in posti chiave. La Bignardi, invece, puntava a far emergere il ritratto di un bon vivant, di un super ricco, incalzandolo con domande su auto, case, ricchezza della moglie e così via. Tutto per poi arrivare alla frase: «Ci faccia sognare, quanto guadagna?». A questo punto Ponzellini, serenamente, con un po’ di imbarazzo, risponde che, sommando le due cariche, guadagna circa 1,6 milioni di euro lordi l’anno: al netto delle tasse circa la metà. La Bignardi poi continuava con lo stesso tono come se si trovasse di fronte a un giovane Bill Gates o altro. Forse si scorda che Ponzellini ha sulle spalle la responsabilità di quasi 20mila famiglie, sommando i dipendenti della Impregilo e della BPM. E che per questo guadagna quanto la Bignardi per qualche ora di trasmissione televisiva, e forse anche meno di molti altri dei suoi altri ospiti quali Andrea Bocelli, Eugenio Scalfari, Anna Tatangelo, Renato Soru, Roberto Saviano, Marco Materazzi, Massimiliano Fuksas e così via, tutti ospiti con i quali non ha invece voluto sognare. Forse perché ai calciatori si permette tutto, stipendi stratosferici e lussi, e agli artisti di sinistra pure. L’unica colpa di Massimo Ponzellini era essere in buoni rapporti con Umberto Bossi e di essere un signore, come purtroppo ce ne sono ancora pochi, che non si è alzato fino alla fine e non se n’è andato come doveva, forse, fare.
Firenze

Che noia queste suffragette «sinceramente democratiche», con i loro birignao, le loro caramellose smorfiette e il cervellino cementato di luoghi comuni politicamente corretti. Figuriamoci se a una come Bignardi poteva mai venire in mente di chiedere al Ponzellini, braccio destro di Romano Prodi, di farla sognare (a proposito, perché non lo chiede a Prodi? Uno che è stato presidente dell’Iri, dirigente di Nomisma, consulente della Goldman Sachs e della General Electric, senza dire del resto, altro che sogni). Lo fa adesso, Bignardi, perché è di quelle di naso emiplegico, al cui fiuto la ricchezza di sinistra non olet. Olet, invece, puzza assai la ricchezza liberale. La prima è una ricchezza «giusta», la seconda è colpevole. La prima è ricchezza che correda culturalmente e spiritualmente, la seconda è roba da cafoni del Billionaire (dico per dire: se c’è mai qualcuno che mi torna simpatico è il creatore di quel ritrovo notturno, l’inimitabile Flavio Briatore da Verzuolo, la cui bella villa di Malindi è frequentata da fior di scicchettone progressiste del calibro di Giuliana Melandri, la nota fatina sinceramente democratica). Per fortuna, per fortuna della Bignardi intendo, Massimo Ponzellini è un gentleman, come lei giustamente lo definisce, caro Altini. Se ne è dunque restato buono buono a subire il garrulo cicaleccio della sua ospite. Altri non hanno avuto un comportamento così ammodo. Ricordo Luciano Moggi: «Ma è vero che lei si attacca al cellulare anche nel gabinetto?» gli chiese Bignardi con quel sorrisino da adesso-ti-sistemo-io. «Guardi, giusto mi scappa, venga con me al cesso e le mostro cosa faccio», la fulminò Lucianone. Bignardi deglutì, avvampò, strizzò le meningi per formulare una replica di quelle che stendono, ma siccome ciascuno ha le meningi che si merita restò lì, la bocca aperta come i pastori davanti alla stella di Natale.
Paolo Granzotto