DARIO ANTISERI

La vicinanza a Karl Popper, il sodalizio con Giovanni Reale, la gita con von Mises. Un filosofo di fronte alle idee migliori. E peggiori

Il pacco è pesante, con una carta gialla e il nastro adesivo che copre tutti gli angoli. Sembra una cosa d'altri tempi, quando non c'era tutta questa leggerezza virtuale. È chiaro che dentro ci sono libri. Scarti, apri ed ecco due volumi con la copertina grigia, quasi identici. Sopra in blu c'è scritto Cento anni di filosofia, da Nietzsche ai nostri giorni. La casa editrice è La Scuola. Non è una sorpresa. Il professore ti aveva avvisato, come al solito con una telefonata mattutina, con quella voce carica di affetto ed entusiasmo. Non ha mai smesso di coccolare i suoi allievi e pungolarli. Ricordati che la verità non sopporta padroni. La verità, appunto. È che qui stiamo tutti come Pilato: cos'è la verità? Si naviga a vista, da orbi. Il professore, il maestro, è Dario Antiseri: «Ti arriverà un regalo. È il lavoro di una vita. È l'ultima fatica scritta con Giovanni Reale. C'è tutto quello che potevo insegnarti, tutto me stesso e l'eredità di Giovanni». Cento anni alla ricerca di quello che non si trova. È come un giallo, dove l'assassino non è proprio l'assassino e non sai neppure se esiste davvero. È al di là del limite tracciato da Wittgenstein. «Su ciò di cui non si può parlare meglio tacere». Ma le cose più importanti sono quelle di cui non si parla. Reale non c'è più ed è un mondo antico che dimora altrove. Resta questo viaggio, lungo, imprevedibile, meraviglioso, dove dietro ogni porta c'è un enigma e una ipotetica soluzione. Come investigatori una gens di menti straordinarie, con percorsi incrociati di congetture, confutazioni, litigi, experimenta crucis , azzardi, intuizioni, voli di fantasia, sciabolate di logica, visioni del mondo, idee coraggiose e qualche meschinità. Il finale è ancora un'avventura aperta. La verità è una meta, ma lo spasso è il viaggio.

Professore, di cosa si parla quando si parla di filosofia?

«Di idee».

Le idee di questi tempi hanno una pessima reputazione. Sanno di nulla.

«Einstein diceva che le idee sono la cosa più reale che esista nell'universo. E non si fa fatica a comprendere che, tra queste cose più reali, talvolta anche tra le più disumane, ci siano proprio le idee filosofiche. La terra è inzuppata del sangue versato per queste visioni del mondo. Non si uccide né si è disposti a farsi uccidere per le leggi di Ohm o di Faraday. Ma c'è gente che spara e muore per la metafisica».

Questi cento anni di filosofia non seguono un vero filo rosso cronologico. Sono più incontri di gente che si interroga sugli stessi quesiti, che cerca risposte a domande.

«È proprio così. È il metodo che con Giovanni Reale abbiamo sempre scelto di seguire. È mettere sul piatto un problema e vedere le ipotesi di tutti quelli che hanno cercato di risolverlo».

Un simposio?

«Chiamalo come vuoi. Non solo uno, però. Tanti. Qui ci sono quelli che si interrogano sui valori fondamentali della democrazia, di là si chiacchiera di evoluzione e di storicismo, dall'altra parte di linguaggio o di trascendente, e anche di Dio certo, o di biologia e di universo. Ancora, su quel tavolo austero, c'è il discorso sullo Stato e sulla giustizia (non li vedi Kelsen e Carl Schmitt che discutono?), ecco la linea di demarcazione tra scienza e metafisica o ancora sulla difficoltà di dare una risposta alle anomalie che ci sono tra la relatività generale e la meccanica quantistica. Dio gioca a dadi oppure no? Quelli che si accapigliano di più però sono gli economisti. E se poi si parla di libertà ognuno sembra avere la sua definizione assoluta e personale. È però con questo confronto che si cresce. Ci si avvicina alla soluzione. Come sostiene Alfred North Whitehead lo scontro di idee non è un dramma ma un'opportunità. Non immaginare però questi simposi come gruppi chiusi, perché la chiave a un quesito di un tavolo può arrivare da un'altra parte, da chi sta affrontando un'altra questione».

E in questi tavoli c'è spazio per autori spesso non invitati. È bello vedere Ayn Rand o i protagonisti della reagonomics o autori che nelle scuole non trovano posto.

«E perché non dovrebbero entrare? Il nostro compito non è fare processi. Ci sono storie della filosofia che sembrano tribunali. Questo pensiero va escluso, l'altro giudicato, quell'altro ancora chiosato. Non fa per me».

C'è un autore con cui ti sarebbe piaciuto passare una vacanza?

«A parte Popper, naturalmente».

A parte Popper.

«Ludwig von Mises. Ma non userei il condizionale. Ricordo una meravigliosa gita in Umbria con lui negli anni '80. Tutti e due incantati a vedere la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca nel Duomo di Urbino. E lui che mi raccontava della sua infanzia, dei rapporti con il cugino, cioè con Wittgenstein, e di un saggio che stava scrivendo, quello che poi sarebbe diventato La grande illusione . Quell'idea di poter affidare la soluzione delle nostre inquietudini allo Stato».

Con chi invece non avresti voglia neppure di prendere un caffè?

«Nel mio simposio non esiste la parola ostracismo».

Reale non c'è più. È strano pensare ad Antiseri senza Reale. Cosa ti manca di lui?

«L'amicizia. Quella sua capacità di rendere contemporanei i filosofi antichi. I progetti incompiuti. Giovanni stava lavorando ai pensatori del Novecento e di questi anni che hanno reinterpretato Aristotele e Platone. Gli dissi: aggiungeremo due lunghi capitoli nella prossima edizione. Non ha fatto in tempo, anche perché era molto impegnato sulla passione della sua vita, gli scritti di Agostino. Ha lavorato sul santo di Ippona fino agli ultimi giorni».

Come vi siete conosciuti?

«Era il 1978. Francesco Brunelli ci invita a scrivere un manuale di filosofia in tre volumi...».

Il Reale-Antiseri. Quanti studenti lo hanno studiato?

«Non ne ho idea. Posso dirti con certezza che uno mi sta intervistando adesso. Come sai è stato tradotto in quasi tutto il mondo. Va molto in Cina, ultimamente so di un'edizione croata e una kazaka. La gioia più grande è la laurea honoris causa all'università di Mosca. È come vincere in trasferta, in campo avverso».

Era davvero contento quel giorno, professore. Ricordo quella telefonata alle sette del mattino con un numero strano.

«E ti ho detto che mi sembrava impossibile. Miracoli della caduta del Muro di Berlino».

E le amarezze?

«Qualche volta ci sono. Mi arrabbio ancora quando vedo le ottusità dei politici. L'incapacità di guardare oltre l'orizzonte, di sentire la responsabilità per il futuro. Pensare a tutti quei ragazzi che hanno studiato tanto e ora non trovano uno straccio di lavoro. Gli hanno tolto la speranza e questo è il male peggiore».

Cosa la preoccupa di più?

«La scuola. Mi angoscia arrendermi al fallimento di un lavoro a cui ho dedicato la vita».

Si è davvero arreso?

«No, non è nel mio carattere. Certo quando sento in giro idee imbecilli come quella di abolire i licei mi cadono le braccia. Questa retorica che il sapere è utile solo quando è finalizzato a fare soldi è senza senso. Un tempo dicevano che il sapere umanistico non è scientifico, ma come sai anche la storia, l'economia, la filologia, la sociologia vanno avanti per teorie e confutazioni come la fisica o la biologia. Adesso dicono anche di peggio. Non è che la cultura umanistica non sia una scienza, ma è una scienza inutile. Inutile? Si sono dimenticati che l'Occidente ha costruito la sua storia sulle grandi idee. Qualsiasi teoria scientifica è il frutto di una grande immaginazione. Adesso Rubbettino pubblica un saggio che ho scritto con Alberto Petrucci proprio su questo tema. Sulle ceneri degli studi umanistici. Orde di servi alla frusta di nuovi barbari . Come ricorda Concetto Marchesi, il giorno in cui la cultura umanistica decadesse sarebbe la notte del mondo».

A cosa serve la filosofia?

«Ripeto quello che scrisse Isaiah Berlin, il fine della filosofia è sempre il medesimo: consiste nell'aiutare gli uomini a capire se stessi e quindi a operare alla luce del giorno e non, paurosamente, nell'ombra».

La paura è il più grande avversario dell'uomo. È la paura che spinge a rinnegare la società aperta. Ma si può essere tolleranti con gli intolleranti?

«No. Non si può. È l'unico caso in cui la società aperta sceglie di non essere tollerante con l'altro. È legittima difesa. È sopravvivenza».

Ma così non sarebbe più una società aperta?

«Aperta non significa spalancata».