Dario Argento: nel mio nuovo Giallo sfregio belle donne

Il set con Adrien Brody ed Emanuelle Seigner aprirà a metà maggio a Torino. Il regista: "Ho faticato a iniziare questo film: è finanziato dagli Usa dove la crisi economica è tremenda"

Roma - È l’unico giornalista italiano ad aver intervistato John Wayne e l’unico regista nostrano il cui nome apre le porte d’oro del mercato cinematografico Usa (l’altro era Sergio Leone, con i suoi memorabili «spaghetti western»), piazza che l’ha consacrato Master of Horror e che adesso co-finanzia Giallo, il suo prossimo thriller, al primo ciak il 12 maggio, con il premio Oscar Adrien Brody (Il pianista), nei panni di un assistente di volo, teso a ritrovare la sorella, rapita da un serial killer, e la seducente signora Polanski, Emanuelle Seigner. Reduce da Torino, dove girerà l’erigenda pellicola nei quartieri olimpici, zona Lingotto, con l’atmosfera evocativa tipica dell’archeologia industriale, il cineasta romano ha l’aria stropicciata, ma tonica, da quel fascio di nervi (saldi) che è. «Fa caldo, qui», nota Dario, levandosi la giacca di velluto blu a coste e guadagnando a falcate rapide l’uscita dall’aeroporto. Scarpe da jogging nere, pantaloni grigi stazzonati, maglioncino con la zip, l’autore di tanti riusciti incubi d’artista (dal suo film Profondo rosso è ora tratto un musical, in scena dal 6 maggio al Teatro Smeraldo di Milano, ma di cui lui si dice «poco convinto») è atteso al Cinema Farnese Persol. Qui, nella domenica d’un ponte baciato dal sole, a prima mattina non si trovano più posti a sedere, data la ghiotta proiezione di Opera (1987), cui segue qualcosa di antico: il dibattito. «Pensare che alla fine delle riprese di quel film, girato al Teatro dell’Opera di Parma, ero fuori di testa: mio padre morì, l’attore si ruppe una gamba... Si trattava d’un giovane, che cerca di cantare il Macbeth e nel mondo dello spettacolo si dice che quest’opera porti sfiga. Invano l’amico Lucherini m’invitò a cambiare, magari, con La Traviata. “Se dobbiamo combattere, combattiamo!”, risposi io». Di grinta ne ha da vendere, il 67enne papà dell’attrice e regista Asia, che sta per renderlo nonno bis, lui, che della terza età ha nulla. Tanto per dire: è sua la copia di Opera, proiettata ieri al Farnese. «È la mia copia personale, da me sottratta mentre, all’epoca, il capo della Commissione Censura stava chiamando i carabinieri! Voleva vietare il film, non solo ai minorenni, ma in assoluto. Andai su di giri e... feci sparire questa copia, con sottotitoli in inglese, poi spesso proiettata nelle università americane, senza tagli, né censure».

L’America ama Argento, dunque, tanto da incentivarlo, ora, per Yellow, titolo che rimanda sia al nome del serial killer, sfregiatore dei cadaveri delle sue vittime, donne giovani e belle, sia al genere giallo (in inglese, yellow indica il colore caro al pittore Vincent van Gogh), da noi connesso a un quid di misterioso erotismo. «Sono appassionato, nel raccontare le figure femminili, che amo. Se non hai a disposizione un attore maschio/femmina, com’era Marlon Brando, c’è una certa rigidità con gli attori maschi. L’amore per le figure femminili, inoltre, mi viene da mia madre Elda Luxardo, famosa fotografa di dive italiane, dalla quale ho appreso l’arte di posizionare la luce sui volti: per farla risaltare, c’è un segreto», commenta l’autore de La terza madre, anche supervisore della sceneggiatura di Giallo, scritta da Sean Keller e Jim Agnew, sceneggiatori del nuovo film di John Carpenter, L.A.Gothic.

«La crisi americana è tremenda: i miei produttori hanno bussato tre mesi alle porte delle banche, cosa mai vista prima della crisi dei mutui. Non ce ne rendiamo conto, ma il cinema Usa, ora, sta messo come il nostro», riflette Dario, che andrà a Los Angeles, per la postproduzione del nuovo thriller, a marzo 2009 nelle nostre sale. Questo brillante produttore di angosce ha una fobia personale: teme (giustamente) i seccatori e la gente fissata. «A Torino ero nello stesso albergo di Beppe Grillo, che m’ha inchiodato mezz’ora, parlandomi di catastrofi imminenti e di quanto gli oroscopi degli astrologi siano negativi, quanto all’Italia. Praticamente, sostiene lui, una catastrofe!». Meglio pensare agli amici d’un tempo meno aspro. A Federico Fellini, per esempio. «Ho visto venti volte il suo 8 e ½, perché mi affascinava il modo in cui è girato: distratto dagli zoom o dai carrelli, non capivo la storia».