Dario al Circo Massimo, a forza di sparate ora fa l’uomo cannone

La metamorfosi di Franceschini fino al corteo Cgil: da reggente moderato a ultrà dell’antiberlusconismo

L’immagine è quella dell’altro giorno al Circo Massimo. Occhialino tondo-guancia sbarbata-aria da ragioniere più che da combattente, Dario Franceschini nella piazza rossa della Cgil s’è palesato tutto blu: camicia celeste, giacca scura, cravatta scura a puntini chiari. Tanto per dire, Silvio Berlusconi al summit fra Europa e Stati Uniti di Praga era vestito allo stesso modo, ci sono le foto a provarlo. Tant’è, i «compagni» hanno aperto i pugni e teso le mani al segretario del Pd, «ci voleva un democristiano a riunire la sinistra».
Perché Franceschini è un po’ come quei compagni di classe secchioni che poi però ci esci una sera a mangiare la pizza e scopri che sono simpatici, flirtano con le ragazze e magari ti passano pure il compito. Piace spiazzando, ecco. Tu ti aspetti che, dopo mesi a invocare le riforme, dirà: «Bene l’apertura del Pdl al dialogo sulle riforme». E invece no, lui dice: «È un attentato alla Costituzione, e comunque prima bisogna occuparsi della crisi». Poi il governo stanzia miliardi di aiuti e allora sei certo che dirà: «Ecco le nostre proposte» e invece no, lui attacca: «Il governo usa armi di distrazione di massa per nascondere la crisi», subito prima di farla, la proposta, ma che possibilmente sia irricevibile, dall’assegno mensile per l’universo mondo disoccupato alle tasse da Robin Hood, così poi potrà dire che «ecco, vedete, la ricetta del governo è “si salvi chi può”», ma questa l’ha detta il primo aprile, magari era un pesce. Comunque funziona.
Poi, certo, suDario avrà il problema di aver strappato troppo con il centro, a furia di ricucire con la sinistra, i moderati del partito è da un po’ che non gliele mandano a dire, «questo Pd somiglia troppo al Pci», s’è già lamentato Francesco Rutelli. Ma Franceschini è uno che i problemi li affronta uno per volta. E adesso che la sfida è addirittura non scomparire alle Europee, trattasi di scegliere. I sondaggi parlano chiaro: il Pd perde il 12,3 per cento fra gli operai, il 5,5 fra i pensionati, l’1,3 fra i disoccupati, il 12 fra gli insegnanti, il 2,7 fra gli studenti. Tutti voti che si stanno accaparrando un po’ Antonio Di Pietro e un po’ la Sinistra. Un po’ tanto, anzi un po’ troppo, urge provvedere. Così, il successore di Walter Veltroni ha deciso di giocarci fino in fondo, sul crescendo di bordate. Oggi Berlusconi «è finito», la settimana scorsa era «vecchio dentro», quella prima «se stravince alle Europee quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile» e un mese e mezzo fa aveva «in mente un Paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona».
Epperò, c’è un però. Perché mica è facile, inventarne una al giorno. Colpa dei consiglieri di partito, anche. Possibile che non ce ne sia mai uno che gli legga il discorso prima che lui lo pronunci e poi lo avverta: guarda Dario che questa l’hai già detta almeno tre volte in tre giorni? Macché. Così, lui semplicemente ripete sempre la stessa affermazione, ma condendola ogni volta con un po’ di pepe in più. Con una strana coincidenza sui tempi, fra l’altro. Tanto per dire. Il 30 marzo scorso ha detto: «Berlusconi è un uomo vecchio dentro e se si è vecchi dentro non si può far nulla per ringiovanire». Ieri ha rincarato: le polemiche di Berlusconi con la stampa? «Frutto del nervosismo fisico tipico di chi capisce che il suo ciclo politico sta inesorabilmente finendo». Fai un salto indietro di un anno, stesso periodo stesse frasi. 27 marzo 2008: «Berlusconi è agitato e nervoso perché teme la sconfitta, prenda una camomilla». 5 aprile: «Berlusconi è vecchio per guidare il Paese, non ha abbastanza energie».
In verità, ogni tanto se ne fa scappare una che svela il teatrino, ché un conto è dirle le cose, un altro è crederci. La storia del regime, per esempio. Il 12 dicembre 2007 non c’erano pericoli: «Non c’è il rischio di ritorno a un regime. La democrazia italiana è più forte di Berlusconi». Il 3 ottobre 2008 bisognava salire sulle barricate: «Berlusconi vuole stravolgere il regime democratico e noi lo dobbiamo denunciare». Ieri, dopo lo sfogo del premier contro i media, Repubblica titolava: «Berlusconi minaccia la stampa». Ma Franceschini s’è sbagliato e ha detto: «Nessuno ha più paura delle sue minacce», domani toccherà correggere.
Che il crescendo rischi di trasformarsi in avvitamento è stato chiaro venerdì scorso. Ospite dell’Era Glaciale su Rai Due, il segretario ne ha infilata una dietro all’altra, da «Di Pietro che candidandosi alle Europee imbroglia gli elettori come Berlusconi», e sì che tre giorni prima aveva detto: «Non attaccherò più gli alleati», all’idea geniale di un «sindacato unico» fra Cgil, Cisl e Uil, perché «se ci fosse stato avrebbero avuto una discussione interna e poi avrebbero firmato tutti» la riforma dei contratti, un po’ sul modello liberi tutti del Pd, ecco.
Su tutto, però, la dice lunga la barzelletta che ha raccontato a Daria Bignardi: «Berlusconi va in una scuola piena di bimbi. Accarezza la testa a uno e gli chiede: “Quanti anni hai?”. Il piccolo gli risponde: “Tre”. E Berlusconi replica: “Io alla tua età ne avevo cinque”». Grasse risate. Peccato che la battuta sia stato proprio il premier, a farla. Era il giugno 2007. In visita a Piacenza, alla piccola Clara che gli porgeva un foglio per la dedica, chiese: «Quanti anni hai?». «Sette». «Pensa, io alla tua età avevo già dieci anni». È che i secchioni non sono mai tanto fantasiosi. Solo che all’esame Europee mancano ancora due mesi.