Dario fa sprofondare il Pd al 22%

I democratici perdono 11 punti rispetto
alle politiche 2008. Gli elettori fuggono, inutile la
cura di Franceschini che lascia voti a Di Pietro. Pdl
irraggiungibile. <strong><a href="/a.pic1?ID=333097">Punita la svolta catastrofista</a></strong>/ <em>di Peppino Caldarola</em>. <strong><a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani">Trionferà la Balena rossa? Dì la tua sul blog</a></strong>

Milano - Il nuovo simbolo della sinistra? Potrebbero provare con un panda, simpatico animaletto simbolo di tutte le specie in via d’estinzione. Quasi sparita quella radicale, ora tocca al Pd, il partitone nato dalla fusione di Ds e Margherita che, a leggere l’ultimo sondaggio Ipr Marketing commissionato dal sito internet di Repubblica, crolla al 22 per cento. Tanto per capirci erano al 33,2 alle elezioni politiche di nemmeno un anno fa. Una Caporetto da 4 milioni di elettori. Profondo rosso nonostante il cambio di allenatore. Roba che di solito fa resuscitare anche la squadra ultima in classifica. Almeno la prima domenica.

Non è così, perché l’effetto Franceschini tutto produce fuorché consenso. A nulla serve il prepensionamento del povero Walter Veltroni a favore del travet della Bassa che, cravatta rossa e toni da arruffapopolo, ha messo in campo tutto il vecchio armamentario. Abbandonando Obama e tornando a Peppone. Niente da fare perché il sondaggio Ipr data 26-27 febbraio. Dopo, cioè, il teatrino a favor di telecamera con il non richiesto giuramento sulla Costituzione, la lapide dei fucilati, la nuova Resistenza invocata contro il tiranno Berlusconi, il papà partigiano esibito come credenziale. E il nonno fascista dimenticato. Tutto inutile. La svolta cattocomunista di Franceschini non serve a nulla. Non serve il ripescaggio dei giovani e delle donne (anche loro categorie protette nella politica italiana) nella segreteria, la promessa di far fuori i baroni, i buoni amministratori come Chiamparino esibiti come promesse di un futuro migliore. A scappare sono quelli che solo pochi mesi fa la croce sul neonato Pd l’avevano messa. E per una volta senza nemmeno doversi turare il naso. Spariti. Per di più al momento di elezioni amministrative quando per tradizione al voto ideologico si sostituisce la fiducia nel politico a cui affidare la nostra città. Povero leggenDario, non serve nemmeno l’ultima trovata, il sussidio di disoccupazione. Nemmeno avesse la bacchetta magica per trasformare un debito pubblico monstre in dobloni d’oro.

La nuova ricetta? Dividersi di nuovo, suggeriscono già i baroni dimezzati pronti a sgozzare il Pd ancora neonato nella culla. Peggio che peggio. Separati i Ds prenderebbero il 13 per cento, la Margherita il 7. Totale un ancor più deludente 20 per cento. E così sempre su Repubblica, quotidiano di provata fede progressista, già domenica Ilvo Diamanti si chiedeva «dove sono finiti gli elettori che avevano votato nel Pd nel 2008». Non negli altri partiti della sinistra. Che, secondo il sondaggio, crescono molto poco e rischiano di sparire anche a Strasburgo. A parte Di Pietro che a forza di fare il più sinistro dei sinistri salta dal 4,4 per cento all’8. Per il resto poca roba. Disaffezione per la politica? Non si direbbe, dato che il Pdl perde appena l’1 per cento, mentre la Lega di Umberto Bossi sale dall’8,3 al 9,5. Nemmeno tre mesi alle elezioni. E per il miracolo a sinistra non basta nemmeno un ex democristiano.