Dario Fo segue il copione pro Palestina

Le orbite rossastre di un bimbo soldato che ha già visto troppo, lo sguardo terrorizzato di un prigioniero che attende il plotone di esecuzione, l’ultimo rigagnolo di vita nelle pupille di un ferito. Sono gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Ma gli occhi della guerra siamo anche noi, giornalisti, fotografi, cineoperatori fatalmente attratti da conflitti esotici, dimenticati o alle porte di casa. Talvolta non sappiamo starne lontani, perché reportage e guerre non sono più un mestiere, ma la nostra vita e la nostra dannata, maledetta passione.
Dal libro Gli occhi della guerra, che racconta per immagini 25 anni di cronache dai fronti più caldi del mondo, è stata realizzata una mostra fotografica. Oggi alle 17,30 sarà inaugurata nella sala della Provincia di Pordenone, in corso Garibaldi, dove rimarrà aperta fino al 25 maggio. L’hanno voluta Gian Micalessin e chi scrive, per ricordare Almerigo Grilz. Ci abbiamo messo il cuore, i nostri migliori scatti di guerra e gli stralci più toccanti dei «pezzi» scritti in prima linea. Grilz era un giornalista triestino che fu ucciso a 34 anni, il 19 maggio 1987, in Mozambico, mentre filmava uno scontro a fuoco fra ribelli e governativi. Per noi è stato un fratello e compagno d’avventure. Un giornalista ancor oggi «dimenticato», almeno nella sua città. La sua «colpa» è stata l’aver spavaldamente militato, negli anni Settanta, nel Fronte della gioventù, diventando allora il vice di Gianfranco Fini. Nel capoluogo giuliano ancora in molti lo considerano l’uomo nero, che non va ricordato come giornalista, ma solo per le sprangate che volavano, da una parte e dall’altra, nel periodo buio degli anni di piombo.
La mostra porta la firma di Almerigo, perché ospita anche le foto scattate da lui. Il circolo Eureka, che l’ha organizzata, ha voluto esporre pure i suoi ricordi: la cinepresa super 8 che stringeva quando un cecchino lo colpì, i suoi disegni delle battaglie e soprattutto i passaggi dei minuziosi diari che teneva. Come la frase scritta in Mozambico un anno prima di trovarvi la morte: «Mi sporgo fuori per filmarli: non è facile, occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano dappertutto... alzare troppo la testa può essere fatale».
La mostra è composta da fotografie che raccontano le guerre di oggi e di ieri. L’Africa rosso sangue degli anni ’80 ha le tinte forti dell’Uganda, dell’Angola, del genocidio in Ruanda. La storia del Medio Oriente senza pace inizia con il primo reportage durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982 e si conclude con l’odierna tragedia dell’Irak. Per certi Paesi, come l’Afghanistan, le immagini percorrono tutta la storia della loro crisi dall’invasione sovietica a oggi. Alcune riflettono guerre dimenticate, sopite o concluse, ma sono state inserite per il loro valore e drammaticità.
La mostra è stata realizzata con l’aiuto del Modavi, una Onlus impegnata nella solidarietà in Italia e all’estero. Con i fondi raccolti dall’iniziativa si costruirà un dispensario in Congo intitolato ad Almerigo Grilz. «Il primo giornalista italiano a cadere in guerra dalla fine del secondo conflitto mondiale» ha ricordato Alessandro Ciriani, presidente della Provincia di Pordenone, sponsor della mostra. I burocrati del giornalismo del Friuli-Venezia Giulia, però, si sono sempre rifiutati di mettere una targa che ricordi Grilz sulla facciata del palazzo triestino dove ha sede l’Ordine e le altre associazioni di categoria. Anche se da anni sulla stessa facciata campeggiano, giustamente, le targhe dedicate ad altri colleghi uccisi in prima linea. Per Luchetta, Ota, D’Angelo e Hrovatin morti in Bosnia e Somalia non manca il riconoscimento, ma Almerigo rimane un tabù.