Dario G. Martini Ovvero l’obbligo della sincerità

Un signore si calca il cappello di feltro, poggiandosi al bastone nero. Piove. «La vuole sapere una cosa? Mai avuta una prima senza intemperie. A New York, a quella di “Studio 13”, nevicava. Non nevicava da sessant’anni». Dario G. Martini mi chiama collega come io recensissi disinvolta tra New York e Tokio. Mancherei giusto di un paio di premi inter e nazionali per essere proprio colleghi. «Attestati di stima da poeti quali Sbarbaro, Caproni e Montale», leggo sulla critica. Qui ci si prova, ma lui è nell’ordine: giornalista, autore, saggista e critico teatrale, premio «Riccione» nel 1962 per il dramma «Qualcosa, comunque», «Bodoni» per il giornalismo nel 1964 e «Pirandello» nel 1977 per «Il latte e il sangue»; infinite opere all’attivo fra edizioni teatrali radiofoniche e televisive, Francia, Germania, Svizzera, Canada e via così. Dario G. Martini nasce nel 1923 e colleziona successi tradotti in dieci lingue e festival europei e si racconta in Università. E soprattutto mette d’accordo pubblico e critica e questo ha del paranormale. Ma la sua sigla è che i testi che scrive sono, di regola, piuttosto scomodi. È uno che non esita a sporcarsi le mani con temi scabrosi che giacciono sepolti dall’omertà comune, è premiato sì, ma pure censurato. Questo mi piace. Anche «La signora dell’acero rosso», monologo per voce di donna in traduzione di Monique Baccelli, in scena ieri al cinema Paradiso di Bogliasco, nel 1998 è prima premiato e poi censurato da France Culture. Protagonista di questa edizione è l’attrice Anita Romano, una sedia, quinte fisse, luce e un abito bianco. È un discorso intimo quello che sta per compiersi, una confessione parecchio scomoda. Di fronte ad un giudice metafisico che c’è ma non si vede e forse siamo noi, più o meno come nella vita, una donna si racconta, si giustifica, si vergogna, si scusa. Ha fatto qualcosa difficile anche da dire, non si sa se per soccorso, colpa o vocazione, un peccato davvero fastidioso. Ha prestato assistenza «a modo suo» a disabili. Sesso, e diciamolo pure, visto che non si fa che parlarne. Ma innestato in questo contesto già iniziamo a distogliere gli occhi e allargare il colletto, io pure avverto un certo disagio. Martini ti costringe ad emettere un verdetto in vece di un giudice che è vacante, ma tu non riesci perché «Chi guardando dentro di sé con sincerità può davvero dire di non meritare il dubbio di un castigo?» L’autore non è nuovo a temi «esortativi» e io credo che il teatro sia il mezzo esatto, il momento di rischiare, per sdoganare argomenti che chiedono voce ma non riusciamo a cavare dall’ombra. Non riusciamo ad alzare lo sguardo perché a volte la realtà fa impressione, ma il teatro è il luogo poderoso dove la forza suggestiva dell’emozione ti isola la verità davanti al naso, senza preliminari. Scabra, schietta, spesso impoetica com’è. E Martini denuncia, a fuoco, bene in vista, con uno stile limpido che non lascia scampo, proprio quei temi tabù da cui vorremmo distogliere. Ogni epoca ne ha uno, quella dei nonni il sesso, la mia il cibo, oggi forse proprio la malattia. In tutte le epoche, comunque, il tema più scomodo è il dolore. «Signor giudice», appella l’attrice nel vuoto e chiama noi, si emoziona e questo passa e poi spiega il senso della sua disdicevole condotta, una frase su tutte «il gusto di far concepire il tempo a chi del tempo non aveva mai concepito la nozione», così Martini descrive i disabili, in due parole leggere. Resto di sale. «L’interprete mi è piaciuta molto», mi dice, lei ovviamente non è soddisfatta, il che prova solo che sia una brava. Infatti è stata intensa, fisicamente nel personaggio, e a fine serata si confessa ancora coinvolta e arricchita da confidenze inattese ricevute dal pubblico della rappresentazione, per cui ringrazia l’autore. «Succede quando si parla di cose vere», dice lui. Apre la serata l’assessore Amoretti col cartellone della rassegna di Teatro Contemporaneo organizzata dal Comune di Bogliasco, chiudono l’autore stesso, introdotto dal Direttore di «Sipario» Mario Giorgetti, che ha ospitato sulla sua rivista gran parte delle opere di Martini, intervengono l’attrice protagonista e il Sindaco del Comune. Martini ama chiudere gli spettacoli spiegandosi col suo pubblico e ascoltandolo: «Il male maggiore di cui soffre la società è l’ipocrisia. La sostiene una rete di complicità sottili». Parla il testo, una dichiarazione d’intenti: la Signora al giudice «Mi sono imposta con lei l’obbligo dell’assoluta sincerità», credo sia questo che Martini promette, nel lungo gesto sincero della sua scrittura. E ancora: «Se il P.M. si ricordasse di non essere solo un inquisitore cercherei di fargli capire che il mio uscire dalla norma può essergli sembrato così estremo, solo perché siamo tutti intorpiditi, da una serie ininterrotta di sottili, perfidi inganni».