Dario, il leader indeciso e già commissariato

Finita la luna di miele. Dopo la sconfitta sulle nomine Rai, i vertici del partito scelgono al suo posto i candidati alle Europee. E lui: "Non entreremo nel Pse"

Roma - Cambiano i segretari, ma i nodi del Pd restano sempre gli stessi e finiscono per venire al pettine.

I guai, quelli nuovi e quelli che si tramandano di generazione in generazione nel Pd, cominciano ad incrinare la luna di miele di Dario Franceschini. L’elenco è lungo: dalla battaglia delle candidature per le europee al rapporto con la Cgil, dalla collocazione dei futuri eletti a Strasburgo al referendum elettorale, alla Rai: Veltroni voleva chiudere un accordo complessivo sulle nomine, nel timore di ritrovarsi direttori troppo «berlusconiani» nelle testate principali. Ora il Pd ha dato via libera a Garimberti, ma i direttori li decide lo stesso il governo; e i consiglieri Rai del Pd già han votato diversamente dal loro presidente sul direttore generale: contro Masi loro, a favore lui.
Ieri l’ex ds Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, è uscito allo scoperto sulla partita dei capilista europei: «Non so chi sarà quello per l’Italia centrale, lo deciderà il partito. Ma penso che Goffredo Bettini abbia le caratteristiche giuste, ed è bene che non commettiamo errori». Un segnale in codice, che al Nazareno è stato subito decrittato: uno stop al tentativo del segretario, che per quel posto prestigioso avrebbe in mente un’altra candidatura, quella della ex Dc Silvia Costa, a lui molto vicina. Che però trova l’opposizione non solo dei Ds, ma anche di ex Ppi come Peppe Fioroni, che non vuole assistere ad un eccessivo rafforzamento di Franceschini. E che viene spalleggiato da Franco Marini. Piero Fassino, intanto, ha declinato la candidatura nel Nord Ovest: «Vuol restare in pista a Roma», dicono i Ds, in attesa degli eventi.

Un altro nome di peso che non si riesce a collocare è quello di Sergio Cofferati: Liguria e Piemonte si sono già opposti per il Nord, il tentativo di metterlo in lista al Centro ha fatto ribellare la Toscana: «Abbiamo già abbastanza guai con Leonardo Domenici, basta ex sindaci». Al Sud è in corso una lotta sorda con i dalemiani, che vogliono l’ultima parola su quelle regioni. Franceschini ha chiesto all’ex Cisl Sergio D’Antoni di fare il capolista, ma quello nicchia. «Sa che rischia di prendere meno voti dei candidati di D’Alema, Pittella o De Castro, e non vuole esporsi», si spiega nel Pd.

La manifestazione di sabato della Cgil è un’altra rogna. Franceschini era tentato di andarci, per dare al Pd una linea di opposizione anche sociale sulla crisi, ma la reazione che si è scatenata lo sta frenando. La Cisl è insorta: «Non riusciamo a capire come il Pd, nato con l’intenzione di essere la casa comune di tutti i riformisti, possa trasformarsi in cinghia di trasmissione di un sindacato in questa fase solo antagonista». E aderire alla manifestazione «significa schierarsi contro l’accordo sui contratti, e di fatto contro la Cisl». Un anatema duro, cui si associa l’ala Pd vicina al sindacato di Bonanni. Così ieri l’editorialista del Sole Stefano Folli ha rimproverato al segretario Pd di aver fatto «scena muta» dando «un’impressione di debolezza» davanti alla semplice domanda: sarà in piazza o no? Postagli a Otto e Mezzo. «Ho già deciso che fare, ma devo dirlo prima a chi ha ruoli di responsabilità nel Pd. Sabato si vedrà se ci sono o meno», è stata la risposta.

Tornando all’Europa, resta intatto il problema del rapporto con i socialisti: «Il Pd non entrerà nel Pse», ribadisce Franceschini. Ma non si capisce ancora che rapporti ci saranno con il gruppo socialista a Strasburgo: le alternative non sono molte, o il Pd entra a farne parte, o sta da solo perdendo agibilità e spazi in Europa. E ovviamente tutta l’ala ex Ds spinge nella prima direzione. Altra grana, la posizione da prendere sul referendum: lui è tentato dalla linea dell’astensione, ma i dalemiani chiedono un chiaro pronunciamento per il no. E una parte dei veltroniani, che a suo tempo han promosso il quesito, spingono invece per una linea di apertura: «Non possiamo allinearci a Berlusconi sull’astensione», dicono. «Ne discuteremo in direzione», prende tempo Franceschini.