Dario il "pallettaro", sotto il ciuffo la politica del nulla

Senza idee né strategie, ha solo criticato Berlusconi. Nessuno ha capito qual è il suo programma su Europa, Italia, crisi

Quale che sia il futuro di Dario Franceschini, il marchio gli resta: è un pallettaro. Nel gergo tennistico indica un giocatore senza idee né strategia. Uno che si limita a rimandare la palla dall’altra parte - a pallonetto, smorzata, al centro o di lato - come viene viene, pur di continuare a restare in campo. Il pallettaro non è lì per vincere, ma per opporsi ottusamente ai colpi dell’altro con la vivacità intellettuale di un muretto respingente. In conclusione: un giocatore a rimorchio dell’avversario, capace solo di addentargli il polpaccio.
È quanto è accaduto nel duello elettorale tra il leader del Pd e il Cav. Invece di enunciare un proprio programma, Dario ha aspettato le mosse di Berlusconi per rinfacciargliele con 24 ore di ritardo. L’uno diceva una cosa il lunedì, l’altro la deformava il martedì. Così per l’intera settimana e per quaranta giorni di fila quanto è durata la campagna elettorale. Di qui gli epiteti che Franceschini si è conquistato - LeggenDario, AbbeceDario, StupiDario, DromeDario, ecc. - , in sé sciocchini, ma indicativi della sua intercambiabilità, evanescenza, mancanza di serietà e inconsistenza che lo hanno portato alla sconfitta elettorale. A chiunque volesse infatti votare Pd, Dario non ha dato una sola buona ragione per farlo.
Nessuno ha capito cosa voglia, quale sia la sua idea dell’Europa e dell’Italia, quale la ricetta per l’economia, sul futuro del partito, sull’alleanza con Di Pietro, sui rapporti con i Vendola, i Ferrero, i gentiluomini dei centri sociali. Ha solo detto no a Berlusconi e manifestato il suo odio contro di lui. Una scorciatoia che ai suoi elettori non è bastata.
Alla sconfitta politica, si aggiunge quella personale. Già uomo di terza fila della democristianità, ulteriormente messo all’angolo un anno e mezzo fa con la nascita del Pd, (nonostante l’incarico di vicesegretario), Dario è venuto miracolosamente alla ribalta con l’uscita di scena di Veltroni in febbraio. L’imbelle Walter gli regalava l’occasione della vita. In tre mesi, l’ha sprecata rituffando il Pd nell’antiberlusconismo che da quindici anni porta male.
Non ha avuto visione né leadership. Ha dimostrato una notevole meschinità nel mestare sul privato del Cav. Lo ha fatto con un gusto del pettegolezzo che gli si è ritorto contro. Per un motivo semplice: in politica, come all’Opera, è meglio essere l’esuberante Don Giovanni che la servetta maligna con l’occhio appiccicato al buco della serratura. Come cattolico, dichiarato, reverente e praticante, ha dato prova di un compiacimento malato per i fatti altrui che getta una luce inquietante su certi appartenenti al gregge del Signore.
La sola proposta nei quaranta giorni è stata aumentare le imposte ai benestanti. Sulle finalità dell’extragettito è stato vago e vario. Una volta per soccorrere i terremotati dell’Aquila e farsi bello con loro, un’altra per i cassintegrati, una terza per dare uno stipendio ai co.co.co disoccupati. Solo punto fermo: aumentare le tasse. Giorni dopo però, afflitto da una paturnia opposta, ha rimproverato al Cav di non avere tolto le imposte automobilistiche (bollo auto) come promesso.
Ogni volta che Franceschini si è inoltrato nel campo a lui ignoto dell’economia ha fatto un guazzabuglio. Ha ripetuto spesso che il governo di fronte alla crisi ha lasciato soli gli italiani limitandosi ad aiutare il sistema bancario, ricco e prepotente. Fingendo di non capire - o, più probabilmente, non capendo - che le banche custodiscono i nostri risparmi, anche quelli della povera gente di cui si autoproclama alfiere. A ruota gli ha risposto Franco Debenedetti, un ex parlamentare Ds che ora, grazie a Dario, ha deciso di girare le spalle al Pd. «Con il buco di bilancio italiano - ha detto - bene ha fatto il governo a limitare i suoi interventi in economia e altrettanto bene a dare una mano alle sole banche che del rilancio sono il motore».
Peggio gli è andata quando, ispirato dalla sua Musa capricciosa, ha voluto mettere bocca sulla trattativa Fiat-Opel. Fallito in apparenza l’abboccamento dell’azienda torinese con la signora Merkel, Dario ha tuonato: «Governo pigro e incapace. Non ha fatto niente per la Fiat. Le istituzioni italiane dovevano far sentire il loro fiato sulla Germania». Una concezione, già per sé, paternalistica e caricaturale dei rapporti tra Stato e impresa privata. Ma neanche 24 ore dopo il diretto interessato e amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne, ha replicato: «Palazzo Chigi ha fatto quello che doveva fare: è stato lontano da questo problema e deve continuare a stare lontano fino a quando il progetto non si concretizza; solo allora ci sarà spazio per l’esecutivo di giocare la sua partita». Un modo garbato, ma eloquente, di dargli del pirla. Dario ha preso atto che aveva capito fischi per fiaschi ed è passato oltre come un ragazzino che, preso con le mani nella marmellata, se ne va zufolando.
Durante la campagna, Franceschini si è ispirato alla giornata dai quotidiani fiancheggiatori. C’è stata completa identità tra le polemiche da lui sollevate e gli articoli di Repubblica e dell’Unità, talvolta del Corriera della Sera e La Stampa, cui si è abbeverato. Penso sia il primo caso di un politico che si fa dettare l’agenda dai giornali, anziché l’opposto com’è normale. Anche questa mancanza di fantasia è il segno della sua inettitudine alla politica. Non succederà, ma se mai dovesse un giorno governare, avremmo uno Stato guidato dai quattro direttori dei su citati giornali e in balia del vento nei giorni di non uscita, Natale, Capodanno, Pasqua e pasquetta, Ferragosto.
Le probabilità di questa Repubblica delle banane sono però minime. Bene che gli vada, Franceschini arriverà indenne al congresso del Pd in ottobre. A quel punto si farà avanti Pierluigi Bersani che scalpita da un anno e ha mal digerito la mancata successione a Veltroni. Avrà alle spalle il protettore, Max D’Alema, che se non è più l’uomo forte del Pd è comunque l’ultima spiaggia del partito. L’uno e l’altro hanno lasciato Dario da solo in questi mesi in modo che ce ne potessimo fare liberamente un’idea. L’idea è fatta e l’insufficienza conclamata.
Il redde rationem però può arrivare molto prima: nei prossimi trenta giorni. Perso nel suo delirio anti Cav, Franceschini non ha mai chiarito dove il manipolo di eletti del Pd si collocherà nel Parlamento Ue. Il partito è infatti tricefalo. Gli ex ds propendono per il Gruppo dei socialisti europei; prodiani e margheritini per l’Alleanza dei liberali e democratici; altri - ma contro i regolamenti Ue - per un gruppo a sé che sottolinei la particolarità italiana. Che fare? Il silenzio di Dario è stato riempito da D’Alema che ha detto: «Non entreremo nel partito socialista. Faremo un raggruppamento nuovo che però non sia separato dai socialisti ma sia coi socialisti». Come dire: non siamo, però siamo e staremo con chi siamo. Ricordo che D’Alema ha fama di testa più lucida della sinistra.
La decisione va presa entro il 9 luglio. Se il capra e cavoli dalemiano non funziona, la diaspora sarà inevitabile. Gli ex ds e gli ex dc - tipo Franceschini e Rosy Bindi - con i socialisti. Gli altri, chi qua e chi là. Il Pd uscito ieri dalle urne sarà dimezzato e non ho la palla di vetro per sapere che fine farà Dario. Ma la scelta è limitata: o finisce in soffitta o tra le ortiche.
Non sarà in ogni caso una gran perdita. Neanche per la sinistra. In cinquanta anni di vita, Franceschini non ha prodotto un’idea originale. Nemmeno cose come il «buonismo» di Veltroni o il «cattivismo» dalemiano. È, dalla nascita, un uomo né carne, né pesce. Ferrarese di ottima famiglia, è vissuto nella bambagia. Cresciuto nell’ambiente parrocchiale, si è però adeguato perfettamente all’egemonia comunista dell’Emilia-Romagna, la Regione rossa per eccellenza.
Non erano queste, invece, le tradizioni di famiglia. Ricorderete che quest’inverno, assumendo la segreteria del Pd, Dario giurò platealmente sulla Costituzione con a fianco il padre. Un vigoroso ottantottenne, di nome Giorgio, già partigiano bianco nell’ultimo conflitto. In quella presenza c’era certo più amore paterno che soddisfazione per la promozione del figlio a capo degli ex comunisti. Giorgio, infatti, era stato in gioventù fieramente anti Pci. Fu deputato dc per una legislatura negli anni Cinquanta e legato a filo doppio con Mario Scelba, il severo custode dell’ordine, prima come ministro dell’Interno, poi da presidente del Consiglio, contro le manifestazioni di piazza togliattiane. Papà Franceschini pagò la sua coerenza antimarxista anche nella professione di avvocato. Non venne a patti con l’asfissiante potere locale della sinistra ed ebbe una clientela limitata.
Tutto il contrario del figlio che, avvocato pure lui, ha tuttora un grosso studio a Ferrara, con diversi colleghi e una bella sede in Via Bersaglieri del Po. Tra i clienti del consorzio avvocatesco franceschiniano primeggiano le Coop rosse e la stessa Unipol, per anni scrigno finanziario del Pci. Questa duttilità verso le amministrazioni rosse ha evitato a Dario le traversie del babbo e consentito una vita più agiata.
Bel ragazzo, detto Ciuffoletto per la chioma vaporosa, Franceschini jr. ha sempre inclinato verso la democristianità di sinistra. Si iscrisse a 18 anni alla Dc quando Benigno Zaccagnini (altro partigiano bianco) ne prese la guida. È tuttora il suo idolo e ne conserva il ritratto nello studio. Passò poi con Ciriaco De Mita, leader della sinistra dc post zaccagniniana, che per compensare Dario dei suoi servigi lo infilò nel collegio sindacale dell’Eni. L’amicizia durò a lungo ma si è definitivamente esaurita due anni fa quando Veltroni cacciò l’ottantenne Ciriaco dal Pd senza che Dario abbia battuto ciglio.
È la dura legge del cambio generazionale che potrebbe ora abbattersi - ahimè con quanto anticipo! - sul nostro Ciuffoletto.