La dark lady Barbara Stanwyck era perfida soltanto sullo schermo

Nasceva cent’anni fa a New York la donna fatale di famosi noir, che nella vita privata diede sempre prova di grande generosità

Giusto in coincidenza del centenario della nascita - il 16 luglio 1907 a Brooklyn - di Barbara Stanwyck, scomparsa a Santa Monica, California nel 1990, compare in edicola il doppio dvd comprendente il film-feticcio dell'attrice newyorkese, La fiamma del peccato (1944), abbinato al documentario di Volker Schloendorff Billy, come hai fatto?, incentrato sulla figura e l'opera del grande Wilder, autore della pellicola in questione, oltreché di tant'altri ammirevoli lungometraggi.
L'immagine e la carriera di Barbara Stanwyck costituiscono il fulcro di una vicenda esistenziale e, ancor più, artistica di grande pregio. Anche l'avventura umana di questa eroina senz'ombra di alcun eroismo, di questa ragazza volitiva, determinatissima prende avvio agli inizi del Novecento con bruschi, repentini soprassalti. Ruby Stevens (questo il nome vero), quinta di un folto stuolo di fratelli, rimane orfana quando non ha ancora due anni. Per giunta, il padre, di lì a poco, abbandona la famiglia per non farsi più vivo. Cosicché l'infantile congrega finisce per essere allevata tra diverse famiglie di parenti, senza che peraltro il vincolo affettivo disunisca tra di loro i fratelli.
Ma questa è una storia privatissima della piccola Stanwyck che, appena adolescente, si prodiga come sa, come può, per trarsi da ogni sudditanza (lavora in un magazzino, poi come telefonista), fino a ritrovarsi quindicenne tra le ballerine di fila delle celeberrime Ziegfeld Follies. A 21 anni, Ruby Stevens, ormai riciclata nella più enigmatica Barbara Stanwyck (via via ribattezzata dagli intimi Stany, Queenie, Missy) approda a Hollywood. Già legata al primo marito Frank Fay, interpreta alcuni film improntati da vicende sentimentali piuttosto scipite. Presto, tuttavia Frank Capra le offre una ghiotta occasione di rilancio con Femmine di lusso, cui faranno seguito altri lavori di successo quali Amore sublime di King Vidor, Lady Eva di Preston Sturges, Colpo di fulmine di Howard Hawks e, finalmente, nel 1944 la rivelazione piena col capolavoro nero di Billy Wilder La fiamma del peccato.
Tratto da una romanzo di James Cain (Double indemnity) e sceneggiato da Raymond Chandler, La fiamma del peccato, si può dire, viene ad essere una sorta di prototipo del giallo d'impronta americana con quella dark lady - appunto la Stanwyck - cinica e spietata che trascina in un abisso di abiezione e di criminali gesta uno sconsiderato assicuratore (Fred Mac Murray) anch'egli allettato dal denaro facile e da improvvide voglie matte. Strutturato in interni-esterni chiaroscurali, cadenzato da un'incalzante progressione di ambiguità, tutto tenuto su registri spenti, quasi funerari, La fiamma del peccato si dispone così sullo schermo come la prova più intensa, più drammaticamente incisiva tanto della Stanwyck, quanto di ben degni comprimari quali Fred MacMurray e, altresì, Edward G. Robinson qui in una parte di sguincio, ma altamente espressiva.
Negli anni Quaranta-Cinquanta la carriera di Barbara Stanwyck toccò quindi il suo momento di massimo splendore con opere realizzate da cineasti dalla salda mano registica quali Lewis Milestone (Lo strano amore di Marta Ivers), Anatole Litvak (Il terrore corre sul filo), Robert Siodmak (Il romanzo di Thelma Jordan), Samuel Fuller (Quaranta pistole). Ma, salvo molteplici partecipazioni ad altre pellicole di variabile intensità, saranno soprattutto le forti caratterizzazioni nel ruolo della matriarca, archetipo dell'epopea western della Grande vallata a regalare negli anni estremi larga, meritata notorietà alla inimitabile Barbara Stanwyck.
Riguardo poi al documentario su Billy Wilder, a corredo complementare della Fiamma del peccato, c'è da sottolineare che Volker Schloendorff, come già Truffaut con l'idoleggiato maestro Hitchcock, lascia largo margine all'autore di A qualcuno piace caldo proprio nell'intento (pienamente riuscito) di restituire all'artefice d'un film pressoché perfetto come, appunto, il canovaccio desunto da James Cain, il piacere, il dovere di spiegare il posto e il riposto di tanto e tale capolavoro.
Un ultimo dettaglio riguardo alla prodiga indole della Stanwyck: nel 1978, nel corso della cerimonia degli Oscar William Holden fece una pubblica dichiarazione per esprimere tutta la sua gratitudine all'attrice che nel 1938, l'aveva salvato dal licenziamento: «Per merito di questo amabile essere umano, della sua comprensione, della sua integrità professionale, del suo incoraggiamento e, soprattutto, della sua generosità, io sono qui stasera».