Il darwiniano cattolico messo all’Indice

Era così devoto che dopo il funerale di suo figlio ringraziò «il Signore che dà e toglie». In cambio la Chiesa condannò due dei suoi quattro romanzi...

Fu, con anticipo sul gesuita Teilhard de Chardin, un darwiniano cattolico. Cercò di conciliare il creazionismo biblico con l’evoluzionismo del naturalista inglese. Lo fece col fine più ampio di spronare la Chiesa a modernizzarsi e guidare un’umanità in via di cambiamento. Era la battaglia di un fervente in favore della istituzione da lui più venerata: la Chiesa di Roma.
La Chiesa lo ripagò con poco meno che la scomunica. Una reazione ottusa, come dimostrarono gli effetti. L’interdetto che colpì il Nostro fu infatti festeggiato nei campi opposti. Esultarono i parrucconi per i quali era un eretico. Ma anche i liberi pensatori che temevano il suo tentativo di mettere il papa al passo coi tempi. Finché la Chiesa restava chiusa, poteva essere tacciata di oscurantismo. Se invece si rinnovava, i laici avrebbero non solo perso il bersaglio, ma trovato un concorrente.
Il Nostro riteneva compito del letterato prendere posizione sui temi dell’attualità. Alternò perciò l’attività di scrittore a quella di conferenziere. Era ambitissimo, oltre che da noi, in Francia, Svizzera e Germania. Accrebbe la sua fama, che sul finire dell’800 era grande, e suscitò innumerevoli invidie. Anche nella Chiesa, che pure traeva vantaggio dall’avere un figlio celebre in un’epoca di pessimi rapporti con lo Stato italiano. Finché al Soglio ci fu il più aperto Leone XIII, la situazione restò in equilibrio. Precipitò invece con l’avvento del tradizionalista Pio X. Il nuovo papa era veneto come lo scrittore. È possibile che ciò abbia avuto il suo peso, essendo noto che le guerre in famiglia sono le più micidiali. Sta di fatto che il Nostro fu preso di mira.
Uno dietro l’altro, due suoi libri furono messi all’Indice. Erano il penultimo e l’ultimo della sua fortunata carriera. Quando accadde la prima volta, l’autore si sottomise e confermò la propria fedeltà alla Chiesa. La condanna incise però negativamente sul suo prestigio. Il Nostro si abbacchiò non poco e reagì scrivendo quello che sarebbe stato il suo ultimo romanzo, Leila. «Non vi sarà l’ombra di questioni pericolose», assicurò in una lettera al suo confidente, Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona. Per sua fortuna, morì prima che i fatti gli dessero torto. Alcuni mesi dopo la sua scomparsa, infatti, la Santa Sede condannò anche Leila.
Fu questo un fulmine a ciel sereno, ma soprattutto un gesto di totale inumanità. Anche tra i credenti, molti reagirono sdegnati. Monsignor Bonomelli, pur sconsigliato da vari pretonzoli, prese apertamente le difese del poeta, pubblicando un libro in lode del defunto. Ricordò quanto fosse stato «equanime, sereno, signorile, mai iroso». La sua vita di perfetto credente che faceva dire le preghiere della mattina e della sera ai figli, a cui leggeva il Vangelo la domenica e alle feste di precetto. La rassegnazione con cui accettò la morte dell’unico maschio, Mariano, ucciso a 20 anni dal tifo, in soli quattro giorni. Pubblicò anche la lettera che il padre distrutto dal dolore gli scrisse il giorno del funerale: «Benedico il nome del Signore, che ha dato e ha tolto, secondo le vie della sua Sapienza». E concludeva l’elogio con un’invettiva verso i censori papalini «che avrebbero dovuto rispettare un po’ meglio almeno la sua tomba, il lutto della famiglia, il grido di dolore di tutta Italia. Un po’ di cuore doveva imporre il silenzio!».
Di famiglia più che agiata, il Nostro poté lasciare la professione di avvocato cui l’aveva destinato il padre, per darsi tutto alla letteratura. Visse alcuni anni di disordine tra gli Scapigliati milanesi legandosi di amicizia con Arrigo Boito. Ritrovò poi la fede in cui era stato cresciuto ritirandosi nella villa di famiglia affrescata dal Tiepolo. Sposò una nobildonna della sua città, la contessa Margherita di Valmarana.
Gli esordi non furono fulminanti. La prima cosa che pubblicò fu un poemetto in endecasillabi sciolti nel gusto del corrente decadentismo europeo. Il padre, che era deputato, lo fece leggere al collega Francesco De Sanctis il quale, pur con garbo, storse il naso. «Vi trovo una monotonia che giunge sino alla stanchezza e all’ineloquenza», sentenziò il celebre critico. Il babbo, già perplesso per l’abbandono dell’avvocatura, si impensierì. Ma riconobbe lealmente che quella era la vera vocazione del figlio, quando pochi anni dopo uscirono i suoi primi romanzi di successo.
Controverso resta il rapporto del Nostro con la moglie. In tutta la sua opera il rapporto uomo-donna ha un che di morboso. Spesso aleggia l’ombra dell’adulterio, però mai consumato. Lo stesso autore ebbe innamoramenti, ma solo epistolari. Forse. Si ignora se sia mai passato alle vie di fatto con Ellen Starbuck e Iole Moschini Biaggini, le sue passioni note. È certo che entrambe furono trasfigurate nei suoi romanzi, l’una come la dolce Violet, l’altra come l’inquietante Jeanne Dessalle.
Con la morte del Nostro, il testimone della religiosità passò alla figlia Maria. Una santa che fu tra i fondatori della Pontificia opera di Assistenza. Una specie di schiaffo postumo del padre verso la Chiesa che lo aveva poco capito e molto avversato.
Chi era?