Date una notizia a quelli del "Times": il vero calcio è qui, in Italia

Per gli inglesi la serie A è come "un cimitero di elefanti". Eppure noi abbiamo Ibra, Ronaldinho e Kakà mentre loro, per arrivare ai mondiali, hanno chiamato un tecnico italiano...

Ammettetelo: le Olimpiadi sono state bellissime, però oggi chissà perché sentite qualcosa nello stomaco che frigge. Se ancora non sapete bene cos’è, guardate il calendario e tornate alla realtà: comincia il campionato di calcio di serie A. Lui.
Per carità, ribadiamo il diritto degli altri sport di avere un’ampia vetrina e promettiamo che ce la metteremo tutta. Però oggi è un giorno speciale, capita una volta l’anno e ci sentiamo più felici. Per questo dobbiamo fargliela vedere a quelli - in particolare agli amici del Times di Londra (autorevoli, naturalmente) - che giudicano il nostro calcio una specie di ricovero per pensionati. In sintesi: «Il cast dei nuovi arrivi non è davvero entusiasmante. Il campionato non ha più l’attrazione di un tempo: saranno anche i campioni del mondo, ma il calcio italiano ha bisogno di una bevuta per tirarsi su». In pratica: sembra il cimitero degli elefanti, hanno scritto. Che praticamente sarebbe come dire che nella City si vestono ancora con bombetta e ombrello. Pregiudizi.
Insomma, cari amici (del Times e non solo), insisto: facciamo vedere chi siamo. Certo, loro sono belli, hanno i soldi, gli stadi privati, tifosi correttissimi e una serie di megamultimilionari di varie nazionalità che investono sul football giudicandolo il più bello del reame. Per carità: uno spettacolo. Ma - come dice José Mourinho, uno che d’Inghilterra se ne intende - avete mai visto una partita della Premier, chessò un Wigan-Middlesbrough? Certo, divertentissimo, dopodiché tecnica e tattica sono altre cose. Eppoi, mettete insieme la rosa e le proprietà di Arsenal, Liverpool, Chelsea e Manchester United (vogliamo aggiungere anche il City?): cosa c’è di inglese in tutto ciò? E in più: come mai proprio la Premier vuole rubare - mettendo sul piatto 100 milioni di euro - uno come Kakà che gioca in un torneo così scarso? Ma soprattutto: non era l’Everton - squadra se non sbaglio di Liverpool - che voleva a tutti i costi Tiago, giocatore che qui, tra gli scapoli e gli ammogliati, ha fallito miseramente?
Basta dunque, è l’ora dell’orgoglio nazionale e per arrivarci è pure l’ora di scendere in campo per dimostrare che l’ex campionato più bello del mondo è pronto per tornare sul trono. In fondo servirebbe poco, per cominciare. Collina, il designatore, dice che dagli arbitri si aspetta severità? Benissimo, cominciamo a lavorare perché questa sia a senso unico, senza difformità di giudizio e senza sconti per nessuno, grandi o piccole che siano. Severità a prova di moviola e di processi. E ancora: i club si lamentano per i divieti ai tifosi? Ecco: visto com’è cominciata la stagione - con scontri tra minus habens già nelle amichevoli d’agosto - si preoccupino invece di lasciare fuori dagli stadi le solite facce ben conosciute per riempire invece le tribune con famiglie e gente per bene. E infine: vogliamo davvero che sia il campionato del fairplay? Seguiamo allora l’esempio della Fiorentina, in fondo non bisogna andare lontani per imparare il rispetto degli avversari. E magari aggiungiamoci anche i presidenti fianco a fianco durante la partita come si fa in Spagna e la stretta di mano tra gli allenatori - oltreché tra i giocatori - come si usa in Inghilterra. E poi beviamoci su - come dicono quelli del Times - ma all’italiana.
Ecco, dunque: due, tre accorgimenti e poi ci siamo, adesso che pure la questione dei diritti tv è stata aggiustata è l’ora di cominciare davvero. Perché in fondo, pensiamoci bene, in quei novanta minuti non abbiamo niente da invidiare a nessuno, non c’è paragone che tenga. È vero - caro Times - siamo campioni del mondo mentre voi, per arrivare a disputarlo - il mondiale - siete venuti a cercare un allenatore italiano. E basta mettere insieme i nomi pronti a scendere in campo per capire che avete sbagliato indirizzo: il cimitero non è qui. Anzi, qui ci sono campioni come Ibrahimovic, Ronaldinho, Kakà, Amauri e - perché no? - Totti, Cassano. E sicuramente ce ne sono altri, perché ogni squadra ha un fenomeno e ogni tifoso - da oggi - ha uno stomaco che frigge. È questa insomma la magia della serie A e, cari amici inglesi, ce la teniamo volentieri.