Daverio: "Ora una cultura dei lavori pubblici"

L'ex assessore brinda all'Expo e fa i complimenti alla Moratti: "Milano ne approfitti. Non solo lampioni e cantieri nelle strade ma un appello agli intellettuali. Le scelte da fare? Mettere a posto Brera e teatri come il Lirico e il Parenti"

«È l’ultima chance. Milano si gioca il tutto per tutto». Philippe Daverio, assessore alla Cultura dal ’93 al ’97, critico d’arte, professore di design al Politecnico, è uomo dai giudizi taglienti. Meraviglia quasi sentirlo esultare nel coro degli entusiasti per l’assegnazione dell’Expo a Milano: «Sono molto felice. È dai tempi di Formentini che si diceva di spingere per l’Expo. Milano aveva bisogno di un super evento che le desse una scossa. Una scossa, non una mossa».
Insomma, complimenti a Letizia Moratti? Non le aveva addirittura suggerito di dimettersi nel caso in cui avesse perso l’Expo?
«Se non ce l’avesse fatta. Ma ha vinto e vincere è di per sé un merito, una qualità che nelle persone apprezzo, quindi viva Letizia Moratti, generale fortunato».
Solo fortuna? Non è ingeneroso?
«Fortuna, capacità di muoversi, tante cose insieme. Adesso spero che la sindaca fortunata riesca a dominare il vicesindaco, vero capo dei lavori pubblici milanesi da quindici anni. È ovvio che si metteranno in moto gli appetiti degli immobiliaristi che vorranno solo fare palazzi».
Milano però ha bisogno di rinnovarsi. Voler investire nell’urbanistica è una colpa?
«No, purché si controllino gli appetiti. C’è bisogno di una nuova etica e, dal punto di vista estetico, di bei progetti. Negli ultimi trent’anni la città invece ha mostrato solo la capacità di progettare e edificare il brutto. Tutto ciò che è stato costruito fa integralmente schifo».
Non le piace nemmeno il progetto sull’area della vecchia Fiera?
«Non penso solo alla Fiera, ma un po’ a tutto. Se mi cita un solo edificio decente! È l’occasione in cui Libeskind e Hadid possono diventare un simbolo, se messo sotto controllo. Spero che l’Expo non sia solo Libeskind e Zaha Hadid».
Qual è l’ultima opera costruita a Milano che trova la sua approvazione?
«Bisogna tornare agli anni Trenta e all’immediato dopoguerra con il grattacielo Pirelli, la Torre Velasca, il Marchiondi, il Pac e il Moretti di corso Italia. Per il resto la città, siccome contiene anche la sua parte digerente che di fronte a ogni situazione vuole soprattutto fare soldi, proprio per far soldi ha chiuso i Navigli e demolito le Mura spagnole».
L’Expo del 1906 può essere un buon modello da imitare?
«Allora Milano aveva appena aperto il traforo del Sempione, adesso sta chiudendo Malpensa. Nel 1906 era vivo Luca Beltrami e con lui tutto un mondo di architetti consapevoli. C’erano i Pirelli, i Bocconi e i Bassetti. Oggi gli sciuri non so dove siano e quelli che si presentano come tali mi spaventano».
Più sciuri dei Moratti...
«I Moratti finora sono stati nel pallone, hanno pensato principalmente al calcio e a San Patrignano. Non ho mai visto una simile massa di denaro borghese così lontana dalla cultura. È un caso da esaminare alla Yale University».
Ma l’Expo non è un grande evento culturale?
«Può esserlo, dipende dalle scelte che si fanno. Se Milano ne approfitta per dotarsi del guardaroba di una città perbene è positivo, se diventa solo un modo per far pila no. È ora che nasca una cultura dei lavori pubblici che finora non c’è stata. Tutti i soldi sono stati buttati a far buchi nelle strade e a mettere lampioni orribili come quelli di corso Lodi».
Lei quali scelte propone?
«Mettere a posto Brera, i teatri come il Lirico e il Parenti. Più in generale coinvolgere tutti gli ottimati, coloro che determinano l’energia di una comunità. Come Zola, bisogna fare un appello agli intellettuali, se ce ne sono ancora».
Le piace il tema dell’alimentazione?
«Il tema è buono e riguarda il mondo. E poi ci torna anche utile perché in quel campo siamo abbastanza all’avanguardia. È un tema intelligente e ha un legame speciale con Milano perché riguarda anche il design, il progetto del marchio, il prodotto, dinamiche molto milanesi».