David Gray, il mitico «bravo ragazzo» delle campagne inglesi

Stasera al Rolling Stone l’unica data per l’alfiere del sofisticato folk rock

Antonio Lodetti

Che fatica diventare famosi, soprattutto se non si corre dietro alle leggi dei media e del marketing, se si tende a scrivere canzoni con il gusto un po’ ingenuo e démodé di credere ancora nella musica.
Proprio come fa David Gray, schivo e sofisticato alfiere made in Manchester (ma cresciuto nella campagna del Galles) di uno strano folk rock condito con cascami pop e proditoriamente arricchito con incursioni elettroniche. Un talento libero, e libero di esserlo, che stasera arriva al Rolling Stone per il suo unico concerto italiano.
Nel 2003 aveva concluso il suo giro di concerti italiano all’Alcatraz, accompagnato da un pubblico fedele, amante delle sue storie malinconiche, intime, nebbiose e notturne. Eppure i suoi esordi non sono stati per nulla brillanti. Nel 1993 debutta con l’album A Century Ends ma quasi nessuno se ne accorge, e l’anno dopo Flesh rimane un prodotto per pochi intimi.
Lui, testardo e fedele alla sua linea, pubblica altri due dischi (sempre copertine spoglie e minimaliste, in bianco e nero quasi per no farsi notare), apre i concerti di star come i Radiohead ma la sua casa discografica gli taglia i viveri e lo lascia in mezzo alla strada. Nel 1999, per quelle inspiegabili alchimie che accadono solo nel mondo del pop, pubblica White Ladder, seguito ideale dei precedenti lavori, che fa il botto in tutto il mondo.
Un pugno di canzoni che coniugano armonie in chiaroscuro, intimismo e colloquialità, tensione e morbidezza (su tutte Please Forgive Me, babylon, Now and Always, Slow Motion); un pugno di canzoni che lo portano in vetta alle classifiche inglesi, a vendere due milioni di copie in America e più di cinque in tutto il mondo, a conquistare il Grammy come miglior nuovo artista dell’anno.
Uno strano soggetto dal viso pulito e dai pensieri semplici e chiari che, in un mondo sempre più frenetico e globalizzato, ci invita a riflettere, a rallentare, a vivere con sapienza il nostro tempo.
Un bravo ragazzo fuori dal tempo? «Sono uno spirito libero che non vuole stupire nessuno e non ama le classificazioni. Ho avuto successo perché il pubblico è affamato di cose che vengono dall’anima - ha commentato in seguito Gray - di cose non standardizzate, sincere ed oneste, soprattutto non modaiole. Io amo i suoni acustici, e a tratti mi piace colorirli con un pizzico di basi elettroniche. Ho sempre cercato una mia strada autonoma, cercando di non imitare i grandi cantautori americani. Che senso avrebbe rifare Bruce Sprigsteen? Voglio scrivere brani che facciano pensare e seducano grazie alla forza delle melodie».
Le sue fonti di ispirazione dichiarate sono Bob Dylan e Van Morrison ma lui li rielabora con un accentuato taglio sperimentale, una voglia incredibile di andare oltre le barriere del cantautorato tradizionale. Dal primo ha preso l’anima poetica e visionaria, dal secondo il gusto per gli arrangiamenti ritmati e carichi di soul. Un mix fortunato e intelligente che lo ha fatto crescere attraverso lavori come A New Day At Midnight e il recente Life In Slow Motion, spina dorsale del concerto di oggi.
Ma Gray spazierà nel suo intero repertorio, dai brani meno noti a singoli (accompagnati anche dal relativo videoclip) come The Other Side o ancora Last Boat To America o December. Nonostante tutto continua a fare l’antistar e a giocare con la musica fingendo di non prendersi sul serio.