David Robertson sul podio della Scala dirige Stravinskij «l’americano»

Americano lui, americano lo Stravinskij del periodo americano che scrive l'opera, americana l'ambientazione anni Cinquanta del regista canadese Robert Lepage. Archetipica la vicenda, neoclassico il periodo stravinskijano, che era iniziato nel 1920 con Pulcinella e che chiude appunto sull'opera The Rake's Progress, solo seguita da una Cantata. Poi inizierà l'interesse per la serialità. David Robertson, amabile, creativo e entusiasta, da oggi dirigerà alla Scala una delle uniche tre partiture di Stravinkij non ancora affrontate. Il podio è idealmente lo stesso dal quale il compositore tenne a bettesimo l'opera nata nel settembre '51 dalla coproduzione Scala-XIV Festival di Musica Contemporanea di Venezia. La città del debutto. Alla Scala La Carriera di un Libertino sarebbe arrivata nel dicembre dello stesso anno, per tornare nel '79 e nell'80. Robertson, direttore musicale della Saint Louis Symphony e principale della BBC, è uno che conosce tutto il repertorio. Ma con un debole per il nuovo nato proprio dall'osservazione di Stravinskij: inconfondibile, unico, libero per quelle atmosfere psicologiche che si espandono tra note, altezze e ritmi totalmente privi di indicazioni agogiche allo scopo di distaccare lucidamente l'autore e dal suo materiale armonico-melodico. Di indurre il pubblico a qualsiasi sentimento.
Ma se Stravinskij, sviscerato per tutta la vita, è solo la partenza, un punto fondamentale dello sviluppo del nostro ospite si chiama Pierre Boulez e Ensemble Intercontemporain. Alla Scala comunque, oltre alla commissione a Ivan Fedele su testo della Yourcenar e dunque vivo nella duplicità melodica italo-francese, il nome resta Stravinskij. La griffe delle recite di The Rake's Progress che iniziano questa sera e del sinfonico di domenica, lunedì e martedì dove, accanto alla novità di Ivan Fedele, troviamo lo Stravinskij di Petruška. Cioè i Ballets Russes di Diaghilev, l'istrione di mille imprese e il talent scout di mille talenti. Stravinskij in primis e Nijinskij in secundis. Il balletto affascina infatti proprio per la pregnante ambiguità emanata dal protagonista Vaslav, il «clown de Dieu». Robertson si dice sedotto dalle implicazioni stilistiche del Libertino. Dalle citazioni di Gluck, Mahler, Mozart... Recuperi tenuti a distanza, radici assimilate e ufficialamente anafettive. Una specie di sottotesto della espressività del compositore. Il direttore, conquistato dalla composita libertà dell'opera come lo è dalle mille diversità che segnano la piccola Europa, liquida in fretta la questione delle avanguardie amaricane. Forse le frequenta, ma pare che non lo interessino più che tanto. Mentre, a proposito delle letture, si accende parlando di Calvino, o di Brancati.
Tra le partiture che passeranno i prossimi giorni sul suo leggio dice di amare quella dell'amico Ivan Fedele soprattutto per la perfetta sintesi tra impianto armonico e tematico. Una carettere che era anche di Berio. Quanto a The Rake's Progress, ispirato a Stravinskij dalle incisioni satiriche settecentesche di William Hogarth, e forse anche dalla trasposizione per la danza che ne fece Ninette de Valois e per il cinema operata da Sidney Gilliat, il Leitmotiv è quello del del patto con il diavolo.
Ma un accordo tormentato, che non fa mai dimenticare al protagonista il vero amore e gli insinua il desiderio del bene universale. Tuttavia, stante che la bontà è frutto del caso, e ogni determinazione è destinata a fallire, Tom Rakewell, sconfitto, muore in manicomio. Evidente nel libretto la suggestione psicoanalitica che fa di Tom un redentore immolato per i peccati del mondo, di Anne una mater dolorosa, di Nick Shadow, il diavolo, l' alter ego mefistofelico di Tom.