Davide Croff: «Difendo Ferretti è un uomo da esportazione»

Intervista con il presidente della Biennale alla vigilia della Mostra

Michele Anselmi

da Roma

Dalle Dolomiti, dove il vento rimbomba nel cellulare, il presidente della Biennale, Davide Croff, fa il punto sulla 62esima Mostra del cinema che parte il 31 agosto.
Allora dobbiamo aspettarci i tiratori scelti attorno al Palazzo del cinema, come titola un quotidiano veneziano?
«Ma no! Il tema, serio, va posto in modo equilibrato. Non risultano allarmi specifici e nessuno intende militarizzare i santuari della Mostra. Benché dotati di metal detector, da tre a cinque ciascuno per rendere fluido il passaggio, i sei accessi richiameranno la struttura e le forme del Palazzo. Certo ci sarà una vigilanza incrementata nell'area protetta. Ma l'obiettivo è di ridurre al minimo il disagio, senza drammatizzare».
Non drammatizziamo. È vero che vi buttate sul «merchandising»?
«Ci stiamo lavorando. Ma siamo indietro. Quest'anno partiremo vendendo un cd che contiene le principali musiche dei film transitati alla Mostra. Se piacerà, dal 2006 faremo selezioni mirate».
Da non stare nella pelle. Risolti i problemi dello scorso anno? Tra ritardi, disguidi e ingorghi si rischiò una mezza paralisi.
«Non esageriamo. In ogni caso, le prometto che non si ripeteranno. Abbiamo molto lavorato sull'organizzazione, in modo da proporzionare il numero dei film alla capacità ricettiva della Mostra. Non siamo Cannes. I posti disponibili restano all'incirca cinquemila. Stando così le cose, abbiamo migliorato i flussi, forti di una programmazione più rigorosa. Una macchina oliata, questo ci preme».
Sicuro che marcerà?
«Il risultato lo vedremo a fine Mostra. Spero vivamente di festeggiare con voi. Applicata alle Arti visive, la scelta ha dato ottimi risultati. Ripeto: l'anno sorso c'era un affollamento di film sproporzionato alle strutture».
Per questo ha ingiunto al direttore Marco Müller di fermarsi a 54-55 lungometraggi.
«Non ho ingiunto. Abbiamo deciso insieme».
Resta l'impressione che Müller sia - come dire? - un direttore senza portafoglio?
«Guardi, credo che Müller stia facendo un lavoro eccellente. Detto questo, i ruoli che ci assegna lo Statuto sono diversi e i profili anche. Il direttore deve scegliere i film e curare la dimensione artistica della Mostra, io debbo preoccuparmi degli aspetti organizzativi. Al di là di quanto può apparire, il lavoro di team tra noi è ottimo. Dopodiché ognuno pensa ciò che vuole. Ciò che rientrava nelle sue sfere di competenze è stato fatto. Quando è uscito da questi ambiti, pur nell'interesse della Mostra, garbatamente ci siamo chiariti».
Senta, c'è chi considera Dante Ferretti presidente della giuria una scelta vagamente ministeriale e un po' provinciale. In effetti, tre presidenti italiani in cinque anni (Moretti nel 2001, Monicelli nel 2003, Ferretti nel 2005) paiono troppi...
«La proposta, come di prassi, è venuta dal direttore. Quando Müller mi ha fatto il nome di Ferretti, l'ho trovato idoneo e presentato al CdA. Lei dice “ministeriale”. Non vedo perché. Mai ricevuto telefonate. Il fatto che Ferretti ci abbia aiutato l'anno scorso per l'allestimento mica ci impediva di invitarlo. Non è l'amico dell'amico. Quanto al “provinciale”, non capisco. Ferretti è un uomo da esportazione, al di là dell'Oscar appena preso collabora con i migliori registi americani. Dov'è scritto che uno scenografo non possa presiedere una giuria? Tra l'altro Ferretti mi pare una persona di buon senso».
Nel senso che non è stato chiamato per favorire Italia e/o Usa?
«Lo trovo un retropensiero privo di riscontro. Le posso assicurare che non è questa la motivazione per cui l'abbiamo voluto».
Tutti i presidenti della Biennale battono cassa. Lei che fa: non si lamenta?
«Ho ben presente la situazione del Paese. Quest'anno possiamo contare su quasi 8 milioni di euro: 1 milione e 250 vengono dagli sponsor, 5 milioni e 400 dal ministero. Ovviamente riutilizziamo gli allestimenti fatti da Ferretti per ammortizzare l'investimento di 800mila euro».
Dica la verità: ha fatto pace con il ministro Buttiglione dopo le schermaglie sul fronte Arti visive?
«Per fare la pace bisogna prima fare la guerra. E non è il caso nostro. Che la Biennale Arte susciti dibattito e opinioni difformi è naturale. Il ministro espresse alcune valutazioni che rispetto molto. Ma non c'è stata alcuna pressione».
Neanche, per venire al cinema, sull'entità della rappresentanza italiana? Dieci film tricolori, più tutto il resto...
«Il ministro si preoccupa che l'Italia sia adeguatamente rappresentata. Mi pare doveroso».
Teme le insidie dello spoil-system laddove nel 2006 vincesse il centrosinistra?
«Mi considero al servizio della Biennale. Credo che lo spirito con cui sono arrivato qui mi qualifichi come una persona non condizionata dalla politica. Che rispetto, ma a 58 anni, con la mia storia, non cambierò stile. Finché il ministro competente mi assicurerà la sua fiducia, farò il mio mestiere».
La premiazione in diretta tv è, da sempre, la dannazione della Mostra. Anche l'anno scorso un disastro...
«La chiusura si farà al Palazzo, non alla Fenice o a San Marco. Anche per una questione di sobrietà. Le premiazioni sono comunque rischiose. Ci sono pochi contenti e molti delusi, si respira un'aria da fine festa. Per questo faremo una cerimonia veloce, spero accurata e ben condotta».