Davis, l’Italia può tornare in serie A: ma i nostri giocatori se lo meritano?

Marco Lombardo
Per carità, abbiamo spezzato le reni alla Slovacchia e dunque il tennis italiano è in festa. A Cagliari è finita 4-1 ed ora, per ritornare nei piani nobili delle racchette, attendiamo il sorteggio che ci abbinerà a una delle sconfitte del primo turno del World Group e lo spauracchio - si sa già - è la Serbia di Novak Djokovic. Però potrebbe capitare di meglio e allora l’Italia si ritroverebbe finalmente in serie A dopo anni di trasferte persino in Zimbabwe, cosicché la domanda che sorge spontanea è se davvero ce lo meritiamo. Anzi, se davvero se lo meritano.
Perché dietro il successo di ieri spunta il solito caso che coinvolge un nostro giocatore e soprattutto il suo portafoglio. In pratica: Seppi poteva sì o no giocare? E soprattutto: esiste davvero un contrasto tra l’azzurro e la federazione per questioni economiche? L’ipotesi più probabile - come sostiene un esperto collega - è che la verità stia nel mezzo: Seppi era un po’ infortunato, ma per quello che gli danno per scendere in campo non ha voluto rischiare. Siccome però questa è solo una personale supposizione (tutti a Cagliari si sono affrettati a dire che proprio Seppi non poteva giocare), resta comunque la sensazione che il nostro tennis non perda occasione per farsi un po’ del male.
Pensiamoci. Del caso Bolelli ormai si sa tutto: l’azzurro - rifiutata la convocazione a settembre per Italia-Lettonia, match per evitare una retrocessione in serie C - è stato squalificato sine die, ovvero fino a quando il presidente della Federtennis Binaghi sarà tale. Ora: la squalifica della federazione è sacrosanta, è il sine die - con conseguente opera per fare terra bruciata attorno al giocatore e al suo irascibile coach Pistolesi - che comincia a stonare e stufare (e nei due sensi). Eppoi ecco dietro le quinte la solita battaglia del grano, abitudine cominciata 10 anni fa alla vigilia della finale di Milano contro la Svezia dagli azzurri capitanati da Andrea Gaudenzi, guardacaso il manager che oggi si dice curi gli affari di Seppi. Solo malignità?
Anche perché ci sono i numeri a parlare, e a parlare chiaro. In una recente ricerca del sito specializzato Ubitennis.com si rileva quanto segue: Bolelli - il reprobo numero uno d’Italia - ha vinto due partite di seguito in un torneo l’ultima volta a ottobre 2008; Cipolla - in campo a Cagliari nel doppio - e proprio Seppi non arrivano al terzo turno in un tabellone dagli Us Open, cioè fine agosto. Anche per Fognini - l’«eroe» contro la Slovacchia - si parla dello stesso mese. E per Starace - l’altro singolarista - si arriva addirittura a luglio. In pratica: risultati come questi sono da serie B.
È per questo insomma che il continuo sottofondo di denaro che tintinna (sarà solo colpa di noi giornalisti?) ogni volta che si parla di Davis diventa addirittura volgare: il tennis - si sa - è gioco individuale, ma quando si parla di scendere in campo per l’Italia si dovrebbe fare meno rumore. E la Federazione, criticata spesso giustamente, in casi come questo passa dalla parte della ragione. Proprio Seppi, parlando dalla tribuna di Cagliari e spezzando l’atmosfera idilliaca, ha subito detto che «bisogna recuperare Bolelli». Insomma Seppi non cerca soldi ma unità d’intenti. Legittimo: ma anche Bolelli dovrebbe fare qualcosa per recuperare l’Italia. E soprattutto i giocatori italiani dovrebbero fare molto di più per riguadagnare un po’ di stima da parte di chi del tennis non ne fa una questione solo di soldi.