Davos, quell’irritante Forum dell’ovvio

La tradizionale riunione di Davos del World forum of economy mai come questa volta ha un profilo surreale. La convergenza nella stazione sciistica svizzera dei potenti della terra, infatti, quest'anno arriva in un momento in cui il mondo attraversa una crisi recessiva senza precedenti. Per certi aspetti anche più pesante della grande repressione del 1929 non fosse altro perché la globalizzazione economica generalizza ogni cosa, opportunità e crisi.

Dall'agosto del 2007 la crisi finanziaria innescata dai mutui sub-prime americani è nota a tutti, a cominciare naturalmente dai governi e dalle élite finanziarie. Eppure tutti, o quasi tutti, hanno atteso che la crisi finanziaria mettesse in ginocchio l'economia reale per intervenire con provvedimenti molti dei quali sinora solo annunciati. Pensavamo, in verità, che a Davos le élite finanziarie potessero offrire ai governi di tutto il mondo, peraltro ampiamente e autorevolmente rappresentati, da Putin a Peres da Clinton a Erdogan, un'analisi sulle cause e sulle responsabilità del disastro finanziario. Non tanto per mettere sotto processo questa o quella banca d'affari ma perché capire le cause consente di affrontare i rimedi con la consapevolezza necessaria per coniugare l'emergenza con la prospettiva. E invece silenzio assoluto.

Ha ragione Giulio Tremonti quando parla di innovare le regole dei mercati finanziari e per farlo bisogna capire dove e perché quelle esistenti non hanno funzionato. Il Financial stability forum, l'organismo internazionale guidato dal nostro Mario Draghi, ha fatto un'analisi approfondita affrontando una serie di proposte sulle quali poco o niente è stato detto o fatto. Diventa quasi irritante, allora, vedere riunioni come quella di Davos nella quale ciascuno recita a soggetto spiegando molto spesso l'ovvio senza assumersi l'onere di una denuncia delle responsabilità di un disastro che poteva e doveva essere evitato. Noi detestiamo la demagogia ma tolleriamo molto poco anche l'arroganza e la supponenza di quanti, pur avendone le qualità intellettuali per farlo, non offrono alle opinioni pubbliche una critica serrata dei comportamenti della politica e della finanza per costruire al meglio una risposta alla recessione che avanza.

Una risposta globale non potrà mai esserci perché un governo del mondo in termini amministrativi non c'è e perché ogni paese ha una sua specificità. Interventi coordinati, attivati dai singoli governi sono invece possibili ma il coordinamento presuppone un'analisi definita e condivisa delle cause che ci hanno portato al punto dove siamo. E tanto per tornare alla demagogia, chi sta perdendo il proprio posto di lavoro o stenta sempre più a vivere una vita dignitosa poco apprezza che professori ed esperti che pontificano un giorno sì e l'altro pure e che molto spesso sono consulenti strapagati di banche d'affari si riuniscono in una località amena che appare sempre più come una kermesse mondana piuttosto che un'occasione irripetibile per offrire alle popolazioni che soffrono un ventaglio di soluzioni.

Bene farebbe, allora, il nostro governo a mettere mano alla preannunciata seconda fase per contrastare e contenere gli effetti di una recessione che da noi è già iniziata dai primi mesi dello scorso anno. È il caso di ricordare che chi ben comincia è alla metà dell'opera e che i giorni passano veloci. Ciò che oggi è possibile fare, tra qualche mese rischia di essere inutile o ampiamente insufficiente come dimostra la crisi dell'auto e l'opportuna velocità che il governo ha impresso per emanare provvedimenti adeguati. È tempo, dunque, di intervenire perché l'Italia possa trovarsi al meglio sulla linea di partenza quando il ciclo economico internazionale volterà finalmente pagina.
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