Il day after di Renzi: il Pd è (quasi) rottamatoE Bersani perde le staffe: "Solo idee vecchie"

L'opposizione è nei guai. Il sindaco di Firenze ruba la scena ai "vecchi" del partito. Da Bersani una reazione durissima: "Le sue idee? Un usato degli anni Ottanta". Sul palco della Leopolda economisti "liberal" e produttori televisivi

Firenze - Il piccolo miracolo succede prima di pranzo, quando la platea della Leopolda esplode in un’ovazione. Sul palco non c’è Nanni Moretti o Beppe Grillo, non c’è un’icona glamour o populista di quelle che mandano in brodo di giuggiole i benpensanti di sinistra, ma c’è Luigi Zingales. Un economista amerikano, anzi di Chicago; studioso di livello, ma poco noto al grande pubblico; editorialista del Sole 24 Ore liquidato da quel benpensantismo come malefico alfiere del «neo-liberismo».
Ecco: che Matteo Renzi sia riuscito non solo ad invitarlo, ma a farlo applaudire da una platea mediamente giovane e mediamente di sinistra, dà la misura di quanto il sindaco di Firenze sia riuscito ad annusare, in anticipo sul centrosinistra e pure sul centrodestra, quel miscuglio di ansia di rinnovamento ma anche di rigetto della demagogia che serpeggia nell’opinione pubblica.
Renzi chiude la sua seconda «Leopolda» con un rinvio. Sulla sua candidatura prende tre mesi di tempo, in attesa che si capisca quando e come finirà il governo Berlusconi, ma una cosa la dice chiara: non è disposto a mettersi da parte e aspettare il prossimo turno, come gli consiglia via sms (racconta) un «autorevole dirigente Pd». Lui è già in campo e in questi tre mesi si propone di «far litigare il centrosinistra sui contenuti, finalmente, e non sui nomi». E di contenuti, dal dibattito, ne sono venuti fuori tanti, in gran parte controcorrente per la sinistra: riforma delle pensioni, abolizione del valore legale dei titoli di studio, meritocrazia, abolizione dei vitalizi parlamentari e del finanziamento pubblico ai partiti, flex-security. Parla a braccio, in chiusura della manifestazione, e sferza il suo partito: «La mia paura è che, al fallimento del governo, l’opposizione non sappia rispondere senza conservatorismo e con coraggio». Attacca il centrodestra, ma senza ideologismi, perché «spero che col berlusconismo muoia anche l’antiberlusconismo». A questo governo, dice «non perdòno non le leggi e i Lodi, ma l’aver fatto diventare l’Italia, nell’immaginario globale, la casa della volgarità». Rompe tabù: «No all’egualitarismo, che non è uguaglianza». E ancora: «Andare in pensione due anni più tardi o lavorare dieci minuti in più al giorno non è massacro sociale». Nega di voler fare una battaglia generazionale: «Sarebbe facile dire che Bersani ha 15 giorni meno di mio padre, ma non farò questo errore». E però «a forza di cambiare simbolo ai partiti abbiamo esaurito lo zoo e pure le foreste, ma le facce sono sempre le stesse». E invece, se il Pd «vuole vincere» («E se riuscisse a non vincere ora andrebbe sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio») deve provare «a scrivere una storia nuova, e non la possono scrivere i reduci, ma i pionieri».
Si capisce che Bersani sia irritato e tutto il gruppo dirigente dei «reduci» sia preoccupato. Da Napoli, il segretario risponde aspro: «Le idee di Renzi? Sono vecchie dagli anni ’80». Ma difficilmente basteranno esorcismi e alchimie a risolvere il problema. Renzi liquida la contromossa bersaniana (il candidato Pd alle primarie sarà quello indicato dalla Direzione, ossia lui) citando Talleyrand: «È peggio di un crimine, è un errore». Tanti sono venuti a Firenze a sentirlo, e sono pronti a sostenerlo: imprenditori tv come Giorgio Gori e editori come Martina Mondadori, eletti locali Pd da mezza Italia, parlamentari. Dice Roberto Giachetti: «Qui c’è una freschezza e un’anomalia che può rigenerare il Pd, gente che ha qualcosa da dire e la possibilità di farlo: se il partito reagisce solo con l’istinto espulsionista sbaglia gravemente». Dice il radicale Matteo Mecacci: «Renzi ha un’agenda liberal e trasversale che può smuovere sia la sinistra che la destra». E certo i numeri della Leopolda sono di quelli che, nella morta agorà politica italiana, fanno effetto: 10mila partecipanti; 500mila contatti streaming; un’esplosione su twitter; 20mila euro di autofinanziamento raccolti in due giorni. Numeri che il Pd farà meglio a studiare.