Dc, il giallo dei palazzi scomparsi Il giudice: "Ho visto cose incredibili" 

Giovanni Schiavon guidava gli ispettori del ministero di Giustizia che
indagarono sul crac dell’Immobiliare Europa. "Quel fallimento venne pilotato"

Giovanni Schiavon, lei oggi è presidente del tribunale di Treviso, ma tutti la ricordano per le sue «dure» ispezioni quand’era a capo degli 007 del ministero della Giustizia. Indagò anche sul giudice Baccarini che seguì il fallimento dell’Immobiliare Europa che aveva acquistato il patrimonio della Dc...
«Che esperienza drammatica. Proprio da lì sono cominciati i miei guai».

Ce li racconti.
«Dopo aver avuto segnalazioni ed esposti su gravissime anomalie all’interno della sezione fallimentare del tribunale di Roma l’allora ministro Castelli mi incaricò di approfondire la questione. Iniziai a lavorare e mi imbattei presto in una gestione domestica, direi allegra, delle procedure fallimentari. Vennero a galla situazioni gravi, fallimenti pilotati. Ho visto cose incredibili...».

Anche sull’Immobiliare Europa?
«Soprattutto. Fra i tanti esposti, me ne arrivò uno molto documentato su questa immobiliare che aveva rilevato il patrimonio Dc e che era stata dichiarata fallita seguendo procedure a dir poco singolari. Cercammo di andare a fondo nell’ostilità più totale dell’ambiente (ci nascondevano le carte, non collaboravano con noi, fui costretto a protestare col presidente del tribunale Scotti) e venne fuori di tutto. In quel preciso istante, però...».

Che cosa succede?
«Il ministro Castelli mi dice di essere stato “allertato”, diciamo così, da Castagnetti. Inizia a telefonarmi, dice di essere preoccupato, insiste che bisognava chiudere in fretta».

Era preoccupato di cosa?
«Erano sorti problemi politici. Successivamente, parlando alla presenza di un importante testimone, nel suo studio Castelli mi ha fatto il nome di Castagnetti. Ma c’è di più. Un collega dell’ispettorato mi ha detto che c’era un altro parlamentare che in piazza Montecitorio aveva “rimproverato” Castelli per la mia ispezione: si trattava, per quanto mi è stato riferito, di Rocco Buttiglione. Di questo ho parlato anche in tribunale a Perugia. Castelli era evidentemente preoccupato dalla piega che aveva preso la faccenda».

Castelli, al «Giornale», non conferma in toto questa sua versione.
«È ovvio che neghi. Non ha fatto una bella figura».

Non è che parla così perché poi non è stato riconfermato nell’incarico da Castelli?
«Solo grazie a questa scomoda ispezione sull’Immobiliare Europea sono stato sollevato. E nulla c’entra la motivazione ufficiale del siluramento, e cioè che non avrei avvertito il ministro che sottoscrivevo un appello affinché il governo rivedesse la posizione della riduzione da 10 a 5 anni della pena edittale per la bancarotta. La verità è che ho toccato determinati nervi scoperti».

Dal suo punto di vista privilegiato, come la spiega la vicenda del fallimento dell’Immobiliare Europa?
«È stato un fallimento pilotato, non ci sono dubbi. L’interesse era quello di far fallire a tutti i costi l’Immobiliare Europa, a prescindere dalla mancanza dello stato di insolvenza, per arrivare allo scioglimento di tutti i rapporti contrattuali. L’obiettivo dichiarato? Rientrare in possesso dell’intero patrimonio immobiliare della Dc. È stata una vicenda grave, molto grave, perché era evidente la connotazione strumentale della dichiarazione di fallimento. Era una procedura talmente pilotata che hanno pensato bene di istruirla in meno di una settimana col giudice Baccarini che ha bypassato l’assegnazione dei procedimenti e s’è preso quello, l’Immobiliare Europa, appunto, che spettava ad un altro magistrato. Poi ha proceduto a gran velocità verso il fallimento a ridosso di Ferragosto. Si sono calpestate regole e procedure. Mai visto niente del genere...».

Quindi?
«Una gran porcheria. Nemmeno in Sudan fanno certe cose...».