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La data più probabile è il 25 ottobre. Quel giorno nel Duomo di Milano don Carlo Gnocchi verrà proclamato beato e la città ritroverà un pezzo della sua storia. La memroia, talvolta, è una macchina che cancella tuto, ma don Gnocchi è davvero un pezzo della cultura, della storia e del costume ambrosiani: direttore spirituale al prestigioso liceo Gonzaga negli anni Trenta, collaboratore infaticabile del cardinal Schuster nel periodo di barbarie della guerra, poi apostolo dei mutilatini, infine, in punto di morte, il 28 febbraio 1956, profeta del trapianto degli organi. Ai suoi funerali c'erano centomila persone. Ora, finalmente dopo anni di voci, eco l'annuncio ufficiale: don Carlo è beato. La Chiesa, dopo lunga e travagliata analisi, ha riconosciuto il miracolo di cui don Carlo aveva bisogno, come di un passaporto, per la beatificazione. Il protagonista di quella storia eccezionale, l'elettricista bergamasco Aldeni Sperandio, non c'è più, ma resta la sua testimonianza straordinaria: nel 1979 l'artigiano fu investito da una terrificante scarica elettrica mentre era al lavoro, ma invocò don Gnocchi e sopravvisse. Per i medici che hanno analizzato il caso, è inspiegabile come l'uomo non sia morto bruciato. Ora, dunque si comincia con le celebrazioni in vista della cerimonia che verrà guidata dal cardinal Dionigi Tettamanzi: la tomba in via Capecelatro, a due passi dallo stadio di San Siro, è già oggetto di un discreto flusso di visitatori; presto, sempre in via Capecelatro, sorgerà una nuova chiesa e nascerà un museo multimediale dedicato al santo dei mutilatini. Nell'Italia del dopoguerra, nessuno si occupava di quei ragazzini senza braccia o gambe, saltati su bombe o residuati bellici; fu lui a scoperchiare quel dramma, una vera piaga nazionale nell'Italia piegata dal conflitto mondiale, fu lui a dare una prospettiva a quei bambini emarginati, strappandoli ad un destino di sofferenza, ignoranza, povertà. Don Gnocchi s'inventò nell'Italia degli anni Cinquanta la riabilitazione quando la riabilitazione in pratica non esisteva e formò intere generazioni dando loro un lavoro e la possibilità di una vita normale. Poi nel 1956, ormai minato dal tumore, ecco l'estrema decisione di donare le cornee a due ragazzi che avevano perso la vista: un gesto difficile, perfino scandaloso nell'Italia di allora che non ammetteva i trapianti. Ai suoi funerali c 'erano i tanti che l'avevano amato: i suoi ragazzi, restituiti alla vita, gli alpini, con cui aveva condiviso le pene della ritirata di Russia, le molte personalità che aveva coinvolto nel suo frenetico lavoro. Cinquantatrè anni dopo, la chiesa lombarda può annoverarlo fra i suoi beati. Sulla scala che porta alla santità.