DE ANGELIS

Milano anni Trenta, il commissario De Vincenzi è alle prese con l’omicidio di un milionario venezuelano trovato morto sul portone di casa Scarsi o nulli gli indizi, ma le orme insanguinate di un satanico felino conducono altrove

Nel caso c’è lo zampino di Satana. Sia detto senza paura di diavolerie (o di sgradite consegne anzitempo della chiave del noir) dell’ultimo libro di Augusto De Angelis redento dall’inferno editoriale delle pagine dimenticate. In fondo, senza rischio di guastare le feste (o di indurre imprudentemente in tentazione) fornisce al lettore un indizio probante già il titolo stampato con la nettezza di un graffio sulla copertina Sellerio: L’impronta del gatto (pagg. 250, euro 11). E il gatto, va aggiunto, un grosso «spettacoloso gattone» dal mantello nero e i magnetici occhi blu notte, risponde al nome satanico e sinistro del signore delle tenebre. Sia ripetuto poi, senza pudore per filosofiche rivelazioni o timore di elucubrate generalizzazioni, per questa come per tutte le altre inchieste firmate - ironia di un cognome - De Angelis. Architettate con lucida - luciferina - perizia dallo scrittore romano nel suo estremo decennio di vita: lui che, i conti son presto fatti, morì 56enne nel 1944. Riportate al loro splendore di smalto da Beppe Benvenuto l’elzevirista critico persuaso a tarare i suoi giudizi sui sillogismi in giallo, quelli aristotelici di Margaret Doody come quelli (de)angelici di cui per i tipi di Sellerio ha già curato certi fulgidi e fioriti capolavori, i titoli parlano chiaro: Il mistero delle tre orchidee, L’albergo delle tre rose, Il mistero di Cinecittà, La barchetta di cristallo e Il fiammeggiante Candeliere a sette fiamme. Risolte brillantemente dal commissario Carlo De Vincenti, un buon vecchio diavolo - o giovane ispettore che ne sa una più del diavolo - dotato di fiuto da segugio, intuito da filosofo e di delicatezza di tocco quali talenti imprescindibili per venire a capo degli intrighi disegnati da un caso criminale o dal Caso universale.
Maiuscolo o minuscolo che scriver lo si voglia, si vuol comunque alludere alla stessa cosa. Perché - delitto o Destino che sia - è comunque con quello che si deve fare i conti. «Il Caso! Sempre il Caso era l’alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato dei criminali», pensava ad alta voce il capo della Mobile ambrosiana raccolto in solitudine al comando di piazza san Fedele in una notte nebbiosa della Milano anni Trenta. E intanto, felino, felpato, delicato come un predatore notturno, si apprestava a seguire le impronte di Satana che - per caso - era andato a zampettare nella pozza di sangue di un cortile di Brera. Lo avrebbe accompagnato silenziosamente attraverso i Boschetti dei Giardini di Porta Venezia. E condotto fino alla zampata finale: quella che artiglia e serra tra le unghie il duplice omicida di certi misteriosi venezuelani - venivano da La Guaira, Caracas, «tanto dire per lui che eran piovuti dalla luna» - arricchiti dal traffico di alcol e droga e approdati (su navi corsare!) allo Stivale e agli umidi autunni meneghini. Fantastico. Il racconto è fitto di nebbie e di misteri. Soprattutto di atmosfere, evocazioni, filosofiche suggestioni. È lo stato d’animo malinconico e meditativo del nostro autore, come del suo eroe. I due sono tra loro imparentati, e nobilitati - per via del patronimico De - dal volo d’angeli e da planate risolutive e vincenti. Avvicinati poi, non casualmente, dalle linee di un destino professionale e avventuroso, delittuoso e infine fatale.
Il caso volle infatti che l’uno, giornalista precocissimo - a La Vita, La Stampa, Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo -, drammaturgo non occasionale - critico teatrale per un ventennio, nel corso del «Ventennio» firmò pièce più che degne di dare risonanza dalle scene alla sua prosa -, biografo romanzante - trasformò in fiction appassionanti le vite di Maria Antonietta e di Adolf Hitler - e romanziere esotico - un obolo versato alla moda di tempi che non avevano tuttavia disdegnato i suoi seriosi memoriali dalle colonie libiche -, sfiorasse il culmine della maturità autoriale con la serie dei gialli: quindici (escluse le short stories) pubblicati in nove anni. E volle il caso che, mestierante della carta da giornale - «Vediamo la nostra prosa vivere lo spazio di un giorno e morire al tramonto», annotava in una pausa dal lavoro in redazione scrivendo, nel 1927, Viaggi con Claudine - coronasse il sogno di vedere le proprie fantasie, le meditazioni, le trovate immaginarie, le filosofiche investigazioni «composte in onorata sepoltura (proseguiva quella nota) dentro le pagine di un libro». Prima di cadere a Bellagio sotto i colpi di un manesco picchiatore di fede fascista e di ritrovarsi incoronato da troppo premature onoranze nonché degli onori dovuti al «padre del poliziesco nostrano». L’altro - l’Alter Ego - come lui teneva chiuso in un cassetto al comando di polizia certe carte che con le inchieste della sezione omicidi avevano (forse) ben poco a che vedere. La Biografia di Salomone Maimon, per dire, acquistata coi libri di D. H. Lawrence e di E. A. Poe e divorata durante i turni di guardia, nei tempi morti in cui aspettava che ci scappasse il morto. De Vincenti, insomma, «coltivava un impossibile sogno umanistico costretto nel suo abito grigio di commissario». Impossibile? Così sembrava allora a quel pioniere, in un’Italia autarchica dove si guardava con diffidenza a «gangsters, policemen e detectives». Ma il Belpaese, argomentava De Angelis in sua difesa avvalendosi - da giallista - a un sillogismo inappuntabile e appellandosi - da umanista - a gloriose tradizioni nazionali e delittuose memorie criminali, è pur sempre «la terra dei Borgia, di Ezzelino da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna».