De Benedetti, addio con il trucco

Ricordo la furia di Giorgio Bocca quando Eugenio Scalfari vendette la sua quota a Carlo De Benedetti e si svolse al quarto piano di piazza Indipendenza a Roma un’infuocata assemblea. Eugenio ci aveva venduto tutti e aveva monetizzato quel che aveva costruito mettendo in banca un bel pacco di miliardi. L’impero editoriale passava di mano, anche se restava ancora in piedi Carlo Caracciolo, compagno e sodale d’avventura di Eugenio. Ieri, puntata semi-conclusiva: Carlo De Benedetti - in apparenza – molla e lascia tutto.

Ma è un trucco teatrale: in realtà non lascia quel che più gli importa: il «sociale», come lo chiama lui e cioè il vero potere, come sarebbe più giusto dire: il diritto di nominare i direttori di Repubblica ed Espresso, nonché di nominare il nuovo presidente dopo la morte di Carlo Caracciolo, sottraendo questa facoltà al figlio Rodolfo che ha sempre sputato sopra questa mania del padre per i giornali, passione che ha portato soltanto disgrazia e ridotto i profitti. Lo scontro fra padre e figlio viene da tutti indicato come una dura resa dei conti terminata con l’uscita di scena del patriarca, ma non è così: le aziende che fanno soldi vanno al figlio, ma non hanno storia politica. Mentre il governo reale sui giornali se lo tiene il padre conservando e blindando il diritto monarchico assoluto di nominare il successore del principe Caracciolo, del direttore del settimanale e del successore di Ezio Mauro al quotidiano.

Si sa che la ragione profonda del conflitto fra padre e figlio non ha niente a che vedere con la questione generazionale – Carlo è ancora un leone, benché alla soglia dei 75 anni – ma con il potere politico. Però Repubblica va a rotoli, centinaia di migliaia di copie al macero, il prestigio della direzione e delle più aggressive firme sono ai limiti storici. Tuttavia, dice Carlo De Benedetti, il gioco resta ancora tutto lì, nei giornali, nelle radio, su Internet: soldi persi, è vero, ma anche soldi ben spesi. Rodolfo considera questa posizione del padre una mattana senile. Ma Carlo De Benedetti alla politica ci ha sempre tenuto. Fu per pesare in politica che volle entrare nell’editoriale L’Espresso in cui era un corpo totalmente estraneo, devastando l’immagine e l’identità di una casa editrice, di un settimanale e di un giovane quotidiano in sfolgorante successo.

Per questo ricordo Bocca con – è il caso di dirlo – la bava alla bocca gridare: «Eugenio ci hai tradito, ci hai venduto a un industriale che con noi non ha niente a che fare, ci hai messo sotto padrone». Eugenio spiegò con toni suadenti che De Benedetti era il miglior padrone possibile e che dunque dovevamo essere contenti e che lui avrebbe comunque mantenuto sempre un potere di supervisione generale che avrebbe garantito a tutti noi e insomma bla bla bla. Tutte balle.

Scalfari non poté garantire nulla e nel 1996 fu costretto a far buon viso a cattivo gioco e dovette farsi da parte per cedere il posto al rampantissimo Ezio Mauro che i debenedettiani avevano da tempo scelto come uomo del padrone al posto di Scalfari, che fu quindi relegato in una sorta di magazzino delle scope a scrivere editoriali domenicali consumando in tristezza il suo autunno di grande patriarca. Ezio Mauro fu spedito, prima di essere ammesso alla direzione di Repubblica, a fare il corrispondente da Mosca e poi tenuto in parcheggio alla Stampa mentre si consumava lo sprazzo finale dello scalfarismo.

La biografia industriale di De Benedetti è sterminata, ma io voglio ricordare quel che ho vissuto e riveduto anche per motivi di lavoro: De Benedetti fu accusato dal presidente George Bush, padre, di giocare molto sporco con il potere sovietico, cui avrebbe fornito l’accesso a merci strategicamente proibite. La lamentela del presidente americano fu espressa al presidente della Repubblica Francesco Cossiga e al ministro degli Esteri Gianni De Michelis nel corso di un loro viaggio a Washington: i due italiani difesero a spada tratta l’imprenditore italiano e fecero quadrato su di lui benché non lo amassero affatto. Poco tempo dopo però dalle colonne dell’Espresso partì una campagna di delegittimazione del presidente Cossiga che toccò il suo culmine con la richiesta di rimuoverlo dal Quirinale con certificato medico e sostituirlo con un comitato di saggi in attesa della nuova elezione. Cossiga aveva fatto cancellare i contratti della Olivetti al Quirinale sostenendo che le telescriventi di De Benedetti erano scarti di magazzino.

Di certo De Benedetti non ebbe alcun riguardo per il patrimonio tecnologico della Olivetti, l’unica compagnia informatica europea che avesse prodotto una eccellente e tuttora rimpianta linea di computer, anzi di «calcolatori», che gettò nel cassonetto delle immondizie per entrare invece nel core business della telefonia mobile ma senza una propria tecnologia, giocando soltanto sul commerciale. In questo modo De Benedetti distrusse il patrimonio culturale e sociale di «Comunità» di Adriano Olivetti, sbaraccò quel che restava dell’identità elitaria, radical-chic e borghese-rivoluzionaria del gruppo L’Espresso, si liberò dello stesso Scalfari e procedette come un rullo compressore con il dichiarato ed evidente scopo di dominare la politica attraverso l’editoria. Oggi De Benedetti si lamenta di aver subito due «scippi», quello della Sme e quello della Mondadori.

È storia vecchia: quanto alla Sme, è un dato di fatto che fu allora il presidente del Consiglio Craxi a rivolgersi a Berlusconi perché desse vita a una cordata alternativa a De Benedetti che aveva raggiunto un accordo molto personale con lo svenditore Romano Prodi. Come tutti sanno, alla fine non vinse né la cordata che a malincuore Berlusconi aveva cercato di metter su per far piacere a Craxi, né De Benedetti. Quanto alla Mondadori, De Benedetti rimpiange ancora un impero editoriale simile a quello di Carlo Quinto, sul quale non tramontasse mai il sole, ma fu costretto a contentarsi di una redistribuzione un po’ più pluralista. Di positivo c’è da dire che De Benedetti risplende per vitalità e combattività, benché abbia mascherato la ripartizione dei poteri annunciata ieri in Piazza Affari sotto le sembianze del ricambio generazionale.

È stata invece una concentrazione dei veri poteri politici nelle sue sole mani e un’offa per il figlio Rodolfo che mantiene quel che già ha, ma senza poter ficcare il naso nell’editoria dove il padre si è blindato e gli ha sbattuto la porta in faccia. Alla fine ho l’impressione che esca fuori tutt’altro che il melanconico addio che si voleva far finta di spacciare ieri con una cerimonia decorosa e affettuosa: ieri abbiamo assistito di fatto al rafforzamento del potere che conta nelle mani del vecchio (ma non troppo) padre e al ridimensionamento del figlio che riceve per ora una corona di latta. De Benedetti ha infatti detto che lui vivo L’Espresso non si vende (sconfitta di Rodolfo) e che si riserva di nominarne i capitani, cioè dettare la linea politica.

E qui va preso atto del fatto che De Benedetti ha fatto definitivamente marcia indietro dalla famosa «tessera numero uno» del Partito Democratico: «Sono sempre stato repubblicano visentiniano», ha detto, passato senza entusiasmo al centro sinistra. Ieri si era sparsa una voce che poi i fatti hanno ridimensionato ma non fugato: e cioè che il vecchio re Carlo volesse spogliarsi di tutte le province e degli orpelli per darsi alla politica in prima persona. Non è così. Ma in un certo senso è così lo stesso. De Benedetti non ha intenzione di «scendere in campo» alla sua età, ma ha voglia di seguitare a giocare duro la partita politica come se dovesse giocare a golf: quel campo a 18 buche è suo e non intende condividerlo con nessuno. Finché sarà vivo. Ha anche smentito di aver preso le decisioni di ieri come conseguenza della morte di Carlo Caracciolo e sarà anche vero.

Ma è sicuro che la morte del partner rivale lo ha rafforzato: la vecchia coppia Scalfari-Caracciolo non ha più potere sul suo campo da golf privato e tutto quanto Giorgio Bocca tanti anni fa temeva è accaduto: l’Olivetti è morta, l’editoriale L’Espresso è il nome di un’antica memoria, La Repubblica fa acqua da tutte le stive, ma il potere su quel che resta è assoluto e anzi confermato da ciò che è accaduto ieri tra brindisi abbracci e baci, e cioè un vero e proprio colpo di Stato in famiglia.