A De Benedetti la bufala costa 350 milioni

Trecentottantaquattro milioni di dollari bruciati in un giorno di contrattazioni in Borsa. Colpa del settimanale L’espresso, denuncia Emanuele «Lino» Saputo, uno degli uomini più ricchi del pianeta che ha querelato, citato in sede civile e fatto rinviare a giudizio il periodico di Carlo De Benedetti che gli aveva dato sostanzialmente del mafioso, quando mafioso non era. E proprio per colpa di quell’articolo dal titolo «Boss connection» andato in stampa il 15 novembre 2007, subito ripreso e rilanciato oltreoceano dai quotidiani canadesi Le Globe and Mail, Le Devoir, Le journal de Montreal, La Presse, che l’imprenditore d’origini siciliane residente a Montreal, già membro del Cda della Banca nazionale canadese, ha visto il titolo della sua «Saputo Inc» precipitare senza freni.
Un danno colossale. Un crac finanziario a mezzo stampa. Per il ristoro del quale il re del caseario del Centro e Nordamerica chiede conto proprio al gruppo editoriale guidato dal padrone di Repubblica e L’espresso che è in attesa di incassare i 750 milioni di euro della sentenza di risarcimento Fininvest-Cir. «A titolo di indennizzo per la bufala», il re della mozzarella americana chiede al tribunale di Roma l’equivalente dei soldi persi più gli interessi: 500 milioni di dollari in tutto, oltre 350 milioni di euro. Al momento si dice soddisfatto di come procede l’iter giudiziario italiano poiché il gip romano Marcello Liotta il 2 ottobre scorso ha rinviato a giudizio gli autori dell’articolo e il direttore Daniela Hamaui che risponderà «in concorso» con i colleghi e non - come avviene di solito - per omesso controllo.
Negli atti depositati dagli avvocati Enzo Fragalà e Francesco Caroleo, difensori di Saputo, si stigmatizza una sorta di «campagna stampa denigratoria» finalizzata ad accostare il nome e le attività dell’imprenditore siculo-canadese a personaggi di mafia, come quel Joe Bonanno, padre e Padrino della cosa nostra newyorkese a cui Mario Puzo si ispirò nel tratteggiare il personaggio di don Vito Corleone, poi magistralmente interpretato da Marlon Brando nel film di Coppola. «Si è accostato il nome di Saputo anche ad ambienti malavitosi e a fatti illeciti - si legge nell’atto di querela di Saputo - senza che mai l’autorità giudiziaria italiana, o quella canadese, abbiano contestato alcuna condotta, men che meno lecita, o abbiano mai svolto indagini sulla sua trasparente attività». A riprova della sua condotta immacolata, i legali di Saputo allegano il lindo certificato dei carichi pendenti, la documentazione delle procure di Roma e Milano che esclude l’iscrizione, passata e presente, sul registro degli indagati, e in ultimo un certificato della commissione canadese sul crimine organizzato che dal ’72 al ’79 indagò sul conto di Saputo salvo poi concludere che nulla si poteva contestare all’immigrato originario di Montelepre, il paese del bandito Giuliano.
Se dunque nulla di penalmente rilevante è addebitabile a Saputo, perché, si chiedono i difensori dell’imprenditore, confezionare un simile articolo con richiamo in copertina accanto all’immagine del capomafia Lo Piccolo? L’Espresso s’è difeso facendo riferimento a un’indagine della Dia che portò all’arresto di sedici affiliati al clan di Vito Rizzuto, lui sì boss conclamato trapiantato in Canada, e poi a un’attività della Gdf di Milano nella quale, sempre a detta del periodico di Carlo De Benedetti, sarebbero emersi collegamenti tra questo Rizzuto e l’imprenditore Saputo interessato a rilevare un’attività commerciale nel settore del lusso, il tutto sullo sfondo di un tentativo di riciclaggio quantificato in 600 milioni di dollari. «Saputo non è indagato - scriveva il settimanale - ma l’operazione ha nuovamente acceso il faro sui suoi rapporti con la criminalità». Il re del latte sostiene che L’espresso ha mentito anche quando racconta dei rapporti economici con il Padrino italoamericano. Rapporti che il settimanale fa risalire «a un’indagine del governo statunitense che 15 anni dopo dimostrerà che Bonanno è stato socio di Saputo». Tutto ciò, tuona l’interessato, «è completamente falso. Mai sono stato socio del boss». La vicenda, osserva Saputo, «ha origine nel 1964, e vede Giuseppe Saputo, padre del sottoscritto (e non io, dunque) soggetto passivo di una richiesta di acquisto di quote azionarie del caseificio canadese da parte di John Di Bella, amico e compaesano di Giuseppe Saputo». Poi le cose si chiarirono, Bonanno verrà tagliato fuori dalla società e i Saputos diventarono una holding da 10mila dipendenti. La versione dei cronisti dell’Espresso, alla luce del rinvio a giudizio, è la seguente: «Siamo convinti di avere scritto la verità e il rinvio a giudizio non è una condanna. Vuol dire solo che il giudice ha ritenuto utile il dibattimento nel quale dimostreremo che abbiamo ragione. Abbiamo fatto il nostro mestiere di cronisti raccontando quello che emergeva su Saputo negli atti dell’indagine della Procura di Roma. Turrisi (l’uomo di Vito Rizzuto a Roma, ndr) lo tirava in ballo al telefono e, all’epoca, i pm stavano verificando se quello che diceva era vero. Noi abbiamo solo raccontato quello che emergeva dai documenti dei pm aggiungendo altre notizie su Saputo che avevamo scovato in documenti statunitensi e canadesi. Abbiamo precisato sempre che non era indagato. Peraltro le azioni di Saputo sono crollate in borsa a distanza di settimane, quando un giornale canadese ha ripreso un nostro articolo per fare un’autonoma inchiesta dov’è stata sentita anche la finanza». L’appuntamento in aula è per il 27 aprile 2010. Carlo De Benedetti conta i giorni e incrocia le dita.