De Benedetti, solo affari a fin di bene. Il suo

Hanno la memoria lunga, i 16 imprenditori stanchi di vivere nel Paese dei furbi, cioè in quello dell’ingegner Carlo De Benedetti. Un finanziere «portato ad approfittare di situazioni favorevoli a se stesso, grazie alla sponda politica e a un’etica quanto mai discutibile», che ricorre a un «mercato protetto fregandosene dei “morti” lasciati alle spalle»: aziende chiuse, lavoratori disoccupati, attività imprenditoriali fallite.
A differenza di come lo dipinge la grande stampa, i colleghi non fanno dell’Ingegnere torinese un ritratto illuminato. E ricordano tanti fatti. L’uscita dalla Fiat, accompagnato dal sospetto di volersi creare un potere interno autonomo. La remunerativa toccata e fuga nell’Ambrosiano. La vicenda Sme. La gestione dell’Olivetti. La figuraccia nella corsa alla Société Générale. Il regalo ciampiano della concessione dei telefonini Omnitel. La guerra per il controllo del fondo M&C, forte nel distribuire dividendi ma debole nel rilanciare aziende. Scorribande più speculative che imprenditoriali di un finanziere che si erge a maestro di morale, raid impossibili - sottolinea la lettera - senza la copertura di un colosso dei media come il gruppo Espresso-Repubblica.
De Benedetti spiega sempre che le sue scelte sono dettate dal pubblico interesse. Fallì l’Olivetti, e lui disse che aveva fatto un gesto disperato per salvarla. Il Banco Ambrosiano lo liquidò (lautissimamente) dopo due mesi, e lui chiarì che voleva recuperare un bene degli italiani. Comprò la Buitoni sicuro che l’Iri di Prodi gli avrebbe regalato la Sme, e fece un affarone rivendendola. Strategie prive di reale disegno industriale, fatte di spregiudicate incursioni e fulminei dietrofront, ma soprattutto assai redditizie.
Nel curriculum dell’Ingegnere non mancano le sconfitte. Soprattutto all’estero. Nel 1996 dovette cedere alla francese Cgip il controllo della Valeo (componenti per auto) dopo aver lanciato quattro anni prima un’Opa per conquistarla. Il più emblematico è il caso della Société Générale de Belgique: un conglomerato di miniere e petrolio, banche e assicurazioni, armi ed energia. Un terzo della ricchezza belga, si diceva. L’assalto fallì e De Benedetti si consolò con le plusvalenze sulle azioni, a conferma della sua fama di disinvolto speculatore.
Comprare non per investire e creare lavoro, ma per rivendere guadagnando forte. Come quando il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi gli consegnò la concessione Omnitel (primo concorrente di Tim) nel giorno in cui sarebbe andato a dimettersi perché Silvio Berlusconi aveva appena vinto le elezioni a scapito della sinistra sponsorizzata dalla stampa debenedettiana. La successiva cessione di Omnitel ai tedeschi di Mannesmann per 14mila miliardi di lire fu uno dei migliori affari mai messi a segno dall’Ingegnere.
I 16 lo accusano di prediligere il «mercato protetto». Lo dimostra la gestione dell’Olivetti. L’Ingegnere vi entrò nel 1978 dopo i 100 giorni alla Fiat. La pagò quattro soldi perché telescriventi e macchine per scrivere erano merce da robivecchi, e la trasformò nella principale azienda informatica europea. Lo fece acquistando la componentistica in Giappone, ricorrendo massicciamente alla cassa integrazione a Ivrea e approfittando dell’obbligo per i negozianti di dotarsi di registratori di cassa: imposizione fissata dal ministro Bruno Visentini, ex presidente - guarda caso - della Olivetti.
Il suo colpo di genio però fu scegliere come cliente privilegiato la pubblica amministrazione, cliente sicuro e pagamenti garantiti. Al ministero delle Poste piazzò centinaia di migliaia di telescriventi per 145 miliardi di lire trovate nei magazzini Olivetti e valutate zero al momento dell’acquisto: anni dopo furono rottamate ancora avvolte negli imballi originali. La sua corazzata mediatica fece in modo che pubblica amministrazione e grandi banche dovessero compiere almeno il 50 per cento degli acquisti presso aziende italiane, così la Olivetti divenne il fornitore numero uno del parastato. Al quale, secondo i sospetti della procura di Roma, aveva venduto soprattutto apparecchi vecchi e difettosi oliati da tangenti. Francesco Cossiga, maniaco della tecnologia, strappò i contratti della Olivetti al Quirinale per non ricevere più gli stock di archeologia industriale che uscivano dai depositi di Ivrea.
Quando si capì che i tempi della mungitura pubblica stavano per finire, qualcosa cambiò nell’azienda. Il prezzo delle azioni Olivetti calò lentamente ma inesorabilmente, fino alla catastrofe. I detrattori accusarono De Benedetti di aver influito sulle quotazioni speculando al ribasso. Lui chiuse il capitolo computer e aprì quello della telefonia, settore strategico dove a far premio non era più la tecnologia ma il marketing. Come strategico è il settore dell’energia, nel quale De Benedetti oggi è protagonista con la sua Sorgenia.
Il leader del partito dei moralisti e della legalità risiede in Svizzera, ma per riconoscenza, non per ragioni fiscali: gli elvetici gli salvarono la vita durante la Seconda guerra mondiale. La Cassazione gli cancellò una condanna in primo e secondo grado a 6 anni e 4 mesi perché il cambio del capo d’imputazione (da estorsione a bancarotta) avrebbe inibito le sue chance di difesa. E sempre le mancate chance ora potrebbero fruttargli un risarcimento mai visto a spese del gruppo di Silvio Berlusconi, in base a una sentenza pubblicata di sabato ed esecutiva in 48 ore.
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