De Felice: "Urgente una exit strategy, o i mini crolli non finiranno"

Come ci dobbiamo regolare di fronte ai crolli dei listini di questi ultimi giorni? La domanda circola da giovedì scorso, dopo che in un paio di sedute di Borsa si sono rivisti i fantasmi del 2008,qualche centinaio di miliardi bruciati. Come si concilia questo rinnovato panico con la ripresa economica, che crediamo in corso? Lo abbiamo chiesto a Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo e presidente dell’Aiaf: «Sono scosse di assestamento - ci dice - in un quadro generale che rimane incerto».
Scosse di assestamento?
«È così. Nei dati che abbiamo visto in questi giorni non c’è nulla che non fosse risaputo. Dal lato del ciclo economico, la migliore crescita degli Usa rispetto all’Europa era scontata. Hanno messo in pista molta spesa pubblica, con il deficit al 10,1% del Pil, e gli effetti si vedranno quest’anno. Per quanto riguarda la Spagna, si conoscevano bene sia il livello elevato del deficit pubblico, sia i problemi strutturali dell’economia. Né sono emerse particolari sorprese, o conti truccati».
Solo speculazione, o c’è dell’altro?
«Certo questa ondata di speculazione è figlia della grande liquidità immessa nel sistema. Ma soprattutto è un’eredità di un certo modo di guardare alla finanza che non ci si vuole scrollare di dosso: molti operatori vedono ancora i mercati come il terreno per rapidi guadagni, esasperando in un senso o nell’altro il peso dei fondamentali. E questo modo di operare ci svela che l’arroganza, la presunzione dei mercati finanziari sono rimaste le stesse di prima della crisi. Medesime regole, e così i comportamenti».
A proposito di regole, proprio in questo week end è in corso un G7. Servirà a dare serenità ai mercati?
«Non credo che il G7 abbia la necessaria rappresentatività. Ma poi il punto è che le recenti proposte di Obama sulle banche hanno spiazzato sia il G7, sia il G20, rendendo più difficile l’individuazione di un nuovo sistema di regole comuni, senza le quali sarà inevitabile fare i conti con la volatilità dei mercati. Credo che la proposta di Tremonti per la nascita di un World Economic Council vada nella giusta direzione. Ci vuole una guida comune, anche perché la domanda che ci dobbiamo porre, e a cui dobbiamo cercare di dare una risposta, diventa sempre più urgente».
Vale a dire? Qual è il punto fondamentale?
«Ci dobbiamo chiedere se sia possibile o meno uscire da questa crisi anche rinunciando ai puntelli che sono stati messi in campo: al momento è in atto una lenta ripresa, è vero. Ma è sostenuta sia dalla grande liquidità riversata sui mercati, sia dagli sforzi di finanza pubblica che non si erano mai visti prima, e attuati in tutto il mondo. Dunque, eliminati i puntelli, l’economia sarà capace di tornare a crescere? Siamo di fronte a un sistema economico che, nei Paesi occidentali, incorpora un eccesso di capacità produttiva del 25-35%. Ce la farà a tornare a camminare da solo? E se sì, a quali condizioni?».
Un’exit strategy, dunque. E lei cosa crede?
«Di certo non si tornerà a crescere ai ritmi di prima. Ed è per questo che il passaggio da un mondo passato a un altro che ancora deve venire, in assenza di un nuovo sistema di regole e di chiarezza sul percorso da seguire, sarà per forza fatto di tante piccole-grandi crisi. Quella di adesso, con la Spagna nel mirino, segue analoghi momenti difficili: basta pensare alla crisi di Dubai di novembre, anche in quel caso sembrava la fine del mondo. O alla successiva paura per la Grecia. Ma se non si fornisce una risposta alla domanda di prima, si rimane fermi allo stesso punto».