De Gasperi, una biografia da favola

Alcide De Gasperi visto da vicino? Considerato il rapporto di simbiosi che, per il tratto decisivo dei primissimi anni postliberazione, unì il premier democristiano a Giulio Andreotti, all’epoca poco più che ventenne, ma già sottosegretario alla presidenza del Consiglio e strettissimo collaboratore del suo mentore, ci sarebbe da aspettarselo. Ma così non è. O non è del tutto.
La smilza biografia dedicata dal senatore a vita al suo antico maestro (Sellerio, pagg. 166, euro 10) corre per tutto l’arco dell’esistenza dello statista nato a Pieve Tesino il 3 aprile del 1881, dagli esordi nel parlamento absburgico all’epurazione fascista, alla guida del Paese dal 1945 al 1953, e si allarga fino a coprire i primi governi dei suoi successori. Ma non è ghiotta di «dietro le quinte» come ci si potrebbe aspettare. E anche dettagli scabrosetti (due per tutti: l’ostracismo a don Luigi Sturzo nel secondo dopoguerra, la defenestrazione del leader per mano delle correnti dopo la sconfitta alle elezioni del 1953) sono glissati con amabile bonomia, senza che in coda ci sia traccia di veleno.
Casomai, certi squarci maliziosetti sono riservati a qualche chiosa collaterale, qualche fatterello che si spiattella al lettore pescandolo dal libro della memoria. Vedi il tentativo di concordato abbozzato, nel 1917, da due liberaloni della tempra di Vittorio Emanuele Orlando e Francesco Saverio Nitti, o le due righe all’acido prussico dedicate a Badoglio e all’8 settembre. O definizioni apparentemente neutre, che lette in controluce rivelano altro: dire di La Pira «era una santissima persona» squaderna il personaggio come meglio non si potrebbe.
Ma quando si sfiora il mitico Alcide, più che quella del «divo Giulio», sembra di sentire la voce di un nonno che racconta ai nipotini una favola moraleggiante. Ma il bello del libro è proprio in questo. In un inatteso ritratto a pastello. Che coglie, in una sorta di nostalgia per le «buone cose di pessimo gusto», il lato edificante (in senso nobile) della vicenda degasperiana. Quasi a voler dire: ecco, un tempo succedeva questo, poi l’incanto si è rotto. Innanzitutto, l’affermazione che «quello per cui lo ricordiamo derivi più di tutto dal suo eccezionale temperamento morale e da una linearità che spesso non si ravvisa nel mondo politico». E poi «l’enorme serietà». E, ancora, il suo essere «un uomo antidemagogico». O, addirittura, citare il comunista Giorgio Amendola che, alla morte dello statista trentino, ebbe a dire: «Non riavremo più un presidente del consiglio capace di mettere in piedi in pochi mesi un progetto di riforma, di farselo approvare dal parlamento, e di metterlo in atto». Di nuovo, l’europeismo «senza se e senza ma», proprio di chi aveva vissuto, tra il 1915 e il 1945, la tragedia della lunga guerra civile europea. Saltano agli occhi le differenze col dopo De Gasperi, di politica e di stile. Da certe eleganti (o meno) torsioni nel comportamento e soprattutto nel linguaggio della prima repubblica, ad alcune muscolarità populiste della seconda, all’amore per le forme (o formule) cui sacrificare l’azione di governo in nome del «tirare a campare».
In alcune di queste torsioni post 1953, Giulio Andreotti è stato un maestro inarrivabile. Un navigatore magari senza meta, eppure in grado di superare qualunque tempesta. Il contrario, insomma, di De Gasperi, come ce lo offre lui, e come ce lo presenta la storia. Ma, del resto, se c’è una cosa che unisce democristiani di ieri e di oggi è, metaforicamente, uccidere il padre.
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