Il De Gasperi conteso

Mi paiono insensate le dispute degli ex e post-democristiani che si contendono l'eredità di Alcide De Gasperi, scomparso cinquantun anni fa. Che dire di tale Carmelo Lentino, segretario trentino dell'Udeur, che ha rivendicato per Mastella «la reale eredità della tradizione popolare e del pensiero democratico cristiano di De Gasperi»! Il leader Dc appartiene alla storia della Repubblica e della democrazia italiana.
Nei sessant'anni che ci separano dall'età degasperiana vi sono state tali e tante trasformazioni interne e internazionali che è del tutto artificioso proporre paragoni e parallelismi con il passato. L'Italia del dopoguerra era distrutta, affamata e arretrata, e oggi siamo nel gruppo di testa dei Paesi sviluppati. La Guerra fredda rappresentava la gabbia politica, ideologica e militare di un mondo diviso in due tra Occidente e comunismo, mentre ai giorni nostri l'Europa e l'America sono assediate dal terrorismo islamista, nuovo protagonista globale e nichilista.
Poiché non appartengo alla tradizione cattolica e democristiana ma a quella liberale e laica, e quindi non ho da rivendicare alcuna eredità, vorrei cogliere l'occasione dell'anniversario per ricordare come l'esperienza degasperiana sia da considerarsi preziosa e insostituibile non per questo o quel partito ma per tutti gli italiani. Specialmente tre, a me paiono le questioni nelle quali si manifestò la grandezza dello statista trentino nelle difficilissime condizioni in cui si trovò a operare tra il 1945 e il 1953: l'avvicinamento tra Italia e Stati Uniti dopo la rovinosa guerra mussoliniana, la scelta europea senza riserve, e il felice rapporto tra cattolici e laici.
Nel dopoguerra fu tutt'altro che scontata la ripresa delle buone relazioni tra Italia e Stati Uniti che erano avversate non solo dalle sinistre comuniste e socialiste ma anche da importanti settori della Chiesa e della Democrazia Cristiana, oltre che dalle destre che si richiamavano alla guerra fascista. È per ciò che occorre sottolineare come il cattolico De Gasperi prese su di sé la responsabilità di riannodare il rapporto con gli Stati Uniti considerati, anche da settori del suo stesso partito, una potenza protestante dominata dal capitalismo e dall'individualismo, quindi portatrice di una modernizzazione dirompente per un Paese tradizionalista, agricolo e cattolico quale era l'Italia negli anni Quaranta. Solo la pervicace decisione del Presidente del consiglio, che seppe mettere le esigenze del Paese al primo posto tra le preoccupazioni del governo, portò l'Italia accanto agli Stati Uniti. Prima con l'adesione al piano Marshall e poi, dopo una storica visita a Washington e la rottura con Nenni e Togliatti, con l'ingresso nell'Alleanza Atlantica non senza un braccio di ferro con la chiesa di Pio XII che non amava l'America.
Strettamente intrecciata con la scelta atlantica si compì, sempre per volere di De Gasperi, il difficile inizio del cammino europeo. Non va dimenticato che allora la Francia era ostile alla collaborazione con l'Italia che l'aveva assalita alle spalle, e l'Inghilterra considerava con distante alterigia il nostro Paese. La visione europea di De Gasperi fece superare all'Italia i disastri della guerra re-immettendola nel circuito internazionale non più come una velleitaria piccola potenza ma quale protagonista accreditata del progetto europeo che proprio negli anni del centrismo compì con la Ceca e poi con la fallita Comunità Europea di Difesa i primi decisivi passi di quell'integrazione sviluppatasi mezzo secolo più tardi.
L'Alleanza atlantica e la scelta europea furono due importanti aspetti di quello spirito aperto e lungimirante caratterizzante in profondità il cattolico De Gasperi che, a tutti gli effetti, per la sua opera, può essere definito liberale e laico. Quando il 18 aprile 1948 ottenne con la Dc la maggioranza assoluta in Parlamento, il Presidente del consiglio volle governare per l'intera legislatura in alleanza con i laici rappresentati da Einaudi, Sforza, Pacciardi, La Malfa e Saragat, i quali, certo, non erano visti di buon occhio dal Vaticano che pure esercitava una fortissima influenza anche elettorale.
Ma De Gasperi seppe resistere alle pressioni clericali che gli venivano dal suo stesso retroterra. I laici stimavano De Gasperi: così ne scriveva Benedetto Croce nel diario fin dal luglio 1944: «È venuto il ministro De Gasperi, del partito cattolico, che è persona seria, col quale ho riesaminato la situazione politica e siamo stati d'accordo sulle conclusioni». E il leader cattolico non volle mai separarsi, pur avendone i numeri, da coloro che rappresentavano l'eredità risorgimentale e garantivano un ancoraggio sul terreno liberale che era l'unica prospettiva possibile per lo sviluppo della libertà e della democrazia in Italia.
Questo non è più tempo di tirare, di qua o di là, la giacca a De Gasperi. Ma in una situazione di crisi come l'attuale è forse utile ripensare come operò il grande italiano, specialmente sulle tre questioni - America, Europa e rapporto laici-cattolici - che da liberale ho cercato di ricordare.
m.teodori@agora.it