De Gregori e gli altri Così la Provincia fa cultura con le note

(...) Ad esempio, non si può negare che la Provincia, fra tutte le istituzioni, è l’unica che combatte in prima linea per la difesa delle tradizioni e delle produzioni locali e che, mettendo il suo marchio davanti all’abbazia di Tiglieto o sulla patata quarantina, non fa azioni di finanziamento a pioggia, ma porta avanti un ben preciso disegno di tutela della nostra Identità. E per questo va applaudita in modo forte e chiaro.
Stessa storia per la musica. Live in Genova - manifestazione che nel giro di un mese e mezzo porta in città nomi che vanno dai Duran Duran a Anastacia, passando per Jamiroquai - a mio parere ha un cast troppo pieno di stranieri per entusiasmare. Però, tanto di cappello. Dietro quel cast c’è un disegno ben preciso e un lavoro per cogliere il meglio per Genova. E allora tanto di cappello a Spera e a Repetto. Il primo perchè ha saputo scegliere, il secondo perchè ha saputo investirci sopra. Certo, la Provincia non ha come primo compito istituzionale quella di organizzare concerti, ma il fatto che ci creda è un segno di cambiamento culturale che fa solo bene a una città seduta. Così come sarebbe un gran segno se riuscisse a portare il concerto milanese degli U2 a Genova con vari maxischermi gratuiti, magari divisi fra città e provincia, fra centro e periferie. Sarebbe un segno, un segno forte. Sia per quello che hanno da dire Bono e i suoi, sia per quello che vorrebbe dire per la città, l’entroterra, il levante e il ponente. Al momento è un sogno. Al momento.
Ma non dimentichiamo che, fino a qualche anno fa, sarebbe stato un sogno, un’utopia, una follia e nemmeno delle più lucide pensare a un concerto come quello di De Gregori alla Fiera, a un passo dal mare, con le note dolcissime di Caterina, la straordinaria versione reggae di Dottor Dobermann, la struggente rilettura de La valigia dell’attore, la resa classica di La donna cannone, la cavalcata quasi country di Il bandito e il campione, il viaggio dylaniato di Ti leggo nel pensiero, il ritocco braudeliano e quasi irriconoscibile di La storia. Tutto straordinario. Ma vedere il Principe che - armato di voce, armonica e chitarra - canta A Pa’ è qualcosa che tocca il cuore anche ai più duri. E’ la canzone dedicata a un grande irregolare, Pier Paolo Pasolini, un altro che non si chiedeva se quello che faceva era di destra o di sinistra. Lo faceva e basta, che si parlasse di Palazzo nero o di orrori rossi in Friuli. De Gregori canta: «Non mi ricordo se c’era luna/E nè che occhi aveva il ragazzo/Ma mi ricordo quel sapore in gola/E l’odore del mare come uno schiaffo/A Pa’/E c’era Roma così lontana/E c’era Roma così vicina/E c’era quella luce che ti chiama/Come una stella mattutina/A Pa’/A Pa’/Tutto passa, il resto va/E voglio vivere come i gigli nei campi/Come gli uccelli del cielo campare/E voglio vivere come i gigli dei campi/E sopra i gigli dei campi volare».
Canta così, Francesco. E, nel cielo sopra la Fiera, partono stormi di gabbiani. Bella serata. Pelle d’oca.