De Gregori e Venditti divisi sul Pd I due carissimi nemici «steccano»

Ma allora ci siamo di nuovo. Antonello Venditti e Francesco De Gregori si sono separati un’altra volta come trent’anni fa, quand’erano gemelli diversi, estroverso l’uno irsuto l’altro, però amabilmente riuniti sotto la falce e il martello. Allora, dopo gli esordi pappa e ciccia con l’album Theorius campus, si scrissero addirittura canzoni contro e la pace arrivò solo dopo un gran gelo. Stavolta, con due interviste mitragliate una dietro l’altra, nuovo contrasto in famiglia. Alle primarie del Partito democratico, De Gregori voterà la Bindi perché Veltroni «finora non l’ho capito». E invece Venditti tiferà Walter perché – e qui la lista di motivi è oceanica – «è il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto», «è semplicemente educato», «non è vero che è troppo buono», «è intelligente e soprattutto di completa affidabilità». Per di più Veltroni «del comunista non aveva davvero nulla» e «a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta era un po’ il nostro piccolo Budda».
Addirittura.
Dopo anni di torpore anche creativo, dopo l’irreparabile immusonirsi del tempo, ci voleva la novità del Partito democratico per ridare pepe alle due colonne della sinistra romana che se le sono sempre date con il sorriso sulle labbra. Quando, dopo gli esordi insieme, si accorsero di non aver più nulla da dirsi, Venditti scrisse «Francesco» attaccando e implorando: «Scusa Francesco/ se ti ho rubato/ la cioccolata dalla tua bocca/ scusa Francesco/ mi hanno ingannato/ mi hanno portato via i ricordi/ come se il tempo/ fosse uno schiavo e noi due aquiloni strappati». E De Gregori rispose sprezzante con «Piano bar»: «Solo un pianista di piano bar/ e suonerà finché lo vuoi sentire/ non ti disturberà/ solo un pianista di piano bar/ e canterà finché lo vuoi sentire/ non ti deluderà».
In fondo, in questi versi ci sono i loro due caratteri, le anime di due artisti che stanno dalla stessa parte politica solo perché la sinistra è pur sempre una grande chiesa che «da Che Guevara arriva fino a madre Teresa». E anche adesso continuano a pestarsi anche se, per carità, guai a chi pensa che polemizzino: sono semplici divergenze tra compagni.
D’altronde erano insieme con Veltroni dietro gli amplificatori della piazza, ricorda Venditti, «quando Benigni prese in braccio Berlinguer» e in una delle sue ultime canzoni sempre lui canta «Sono Antonello e questo è mio fratello bello, il mio peggior nemico, il mio migliore amico» riferendosi evidentemente a De Gregori. Perciò tra migliori amici ci si può permettere di avere idee incompatibili, tanto poi si possono sempre cambiare, si può far pace e continuare a pensarla diversamente. Parlando con il Corriere della Sera, De Gregori sostiene che «Veltroni ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent’anni (...). Non è l’homo novus tanto atteso». Venditti invece, sempre al Corriere, ricorda che con il piccolo Budda parla «dal 1976» di quel Partito democratico che avrebbe potuto «trasformare il Pci a nostra somiglianza». Parlassimo di calcio, sarebbe una normale differenza d’idea. Ma qui sono le due menti che hanno contribuito a forgiare la coscienza politica di una o due generazioni di ascoltatori. De Gregori e Venditti la pensano proprio diversamente su quasi tutto e chissà com’è possibile che entrambi vadano in fila a votare per lo stesso partito. D’accordo le divergenze, ma qui siamo alle convergenze parallele. Almeno nel ‘96 erano sottobraccio al concerto dell’Esquilino a sponsorizzare Romano Prodi nel nascente Ulivo anti-Berlusconi. Adesso sono la proiezione musicale dell’Unione, il disaccordo fatto alleanza.
In poche parole, il candidato ideale secondo la nostra migliore canzone d’autore è il «Bindoni», incrocio tra Bindi e Veltroni, entità nuova e vecchia allo stesso tempo, «spalleggiata dai poteri forti» (De Gregori) ma «di grande portata morale» (Venditti) «che sa ascoltare» (Venditti) ma poi «dice tutto e il contrario di tutto» (De Gregori). Pensa un po’. Sarebbe bello, se fosse il personaggio di una canzone. Diventa una stecca se parliamo di un leader politico.