De Gregori racconta le sue visioni "La mia autobiografia fantasticata"

Esce domani <em>Per brevità chiamato artista</em>, raccolta di preziose ballate. E il cantautore racconta: &quot;Spero lasci un segno intellettuale&quot;

Milano - «Per brevità chiamato artista... doppio come una medaglia/Se fosse d’oro sarebbe di cartone/Il cieco con la voce buona e il muto che ci vede bene... Doppio come l’innocenza/Se fosse Abele sarebbe Caino/Antidoto senza veleno ed alibi senza assassino». Si apre così, con il brano Per brevità chiamato artista, l’album dall’omonimo titolo di Francesco De Gregori, da domani nei negozi. De Gregori lo definisce «un’autobiografia fantasticata», una serie di visioni e previsioni assorte e pensose nei testi e variegate nei suoni (basti confrontare i ritmi bizzosi di Finestre rotte e gli splendidi profumi di antica ballata popolare di Volavola col pianoforte, il banjo di Lucio Bardi, la voce di Chiara Quaglia e un sottofondo d’archi).

Il più dylaniano dei nostri cantautori per impeto folkie, per visione poetica ma anche per atteggiamento nei confronti della vita e dell’arte torna a raccontarsi; gettando il guanto della sfida alla musica commerciale «per portare al centro del discorso la parola arte, per fare qualcosa che lasci un segno poetico e intellettuale». Non a caso il cd s’intitola Per brevità chiamato artista. «È la formula che si usava quando firmai il primo contratto, una frase assurda che è un inno alla libertà e all’incoerenza espressiva». E così De Gregori torna a fare il cantautore con sonorità semplici, con voce spoglia ma ricca di tensione lirica e anche di un pizzico di acredine (come nella forza di Carne umana per colazione). C’è lo spazio per i ricordi e gli errori in Celebrazione («Ci sono posti dove son stato/Mi ci volevano inchiodare/Ai loro anni ciechi e sordi/Ai loro amori raccontati male/A una canzone di quattro accordi/Ad una stupida cantilena/Ma tu davvero non te lo ricordi/Quando cantavi e sbadigliavi in scena») e quello per la speranza che dà la forza di andare avanti in L’infinito («Ho viaggiato fino in fondo alla notte/Senza guardarci dentro/Senza sapere dove stavo andando/E alle mie spalle il giorno si stava consumando/Ed ho provato un po’ di tristezza/Ma nemmeno tanto»).

Canzoni schiette e sincere perché riflettono vita vissuta («Le canzoni son robe vere, non quadri da appendere al muro») in un lavoro spoglio di colpi di scena ma ricco di preziosi sobbalzi e sorprese. Tra cui il cameo L’angelo di Lyon scritta da Luigi Grechi, il fratello di Francesco già autore di Il bandito e il campione, e tratta da un classico del folksinger Tom Russell.