De La Hoya troppo vecchio Pacquiao lo manda in pensione

De La Hoya sembrava Gulliver, Manny Pacquiao il re dei lillipuziani. Ed è finita con il gigantone imprigionato, ipnotizzato e infine desolato dai pugni del filippino che sa fare di tutto: picchia, canta e incide dischi, fa politica ed ora sogna di diventare un divo del basket dal basso del suo metro e 69.
L’altra notte, a Las Vegas, c’erano due miliardari sul quadrato ma sembravano due disperati pronti a battersi per l’ultimo centesimo. Riempirsi di pugni, avendo il conto in banca più solido di gran parte dei calciatori di fama, forse è stato lo spettacolo più bello. Invece il quadrato ha detto che De La Hoya è invecchiato troppo: 35 anni che pesano. Sesta sconfitta della carriera, ma secondo match perso per ko (abbandono alla fine dell’8° round, catalogato kot): gli toccò contro Bernard Hopkins, stavolta contro Pacquiao. In entrambi i casi contava la differenza di fisico e peso: Hopkins più grosso, il filippino pocket. Pacquiao è una meravigliosa mitraglietta da pugni, eppure avrà sempre l’handicap del fisico.
Il filippino ha battuto De La Hoya dal primo all’ultimo secondo delle otto riprese: il promoter-campione-ex padrone è entrato nel ring già vecchio e troppo tirato dalla dieta che deve avergli succhiato energie e riflessi (dal 1997 non scendeva a 65 kg) e ne è uscito ancor più invecchiato, con gli occhi gonfi. Tra il 7° e l’8° round deve anche aver cambiato idea circa la sua vita sul ring. Alla fine del 7° ha scacciato chi gli chiedeva: vuoi fermarti? Alla fine dell’ottavo, subita l’ennesima scarica di pugnetti, ha risposto subito sì. E prima di andare in ospedale per controlli, ha ammesso che, forse, è il momento di chiudere davvero: «Il cuore mi dice di continuare, ma devo pensarci bene. Pacquiao mi ha battuto sotto ogni punto di vista». Per due giudici il filippino ha vinto tutte le riprese. Per uno, De La Hoya ha vinto la prima. Sottigliezze: De La Hoya non ha mai visto i colpi, ne ha subiti tanti senza mai replicare.
Pacquiao è stato un torello scatenato sul ring. Altrettanto fuori: seguito da una corte di politici, perché quella sarà l’attività del futuro. È l’idolo dei filippini (primo sportivo ad apparire su un francobollo), attende la quarta figlia, vuole incidere un secondo disco dopo il primo successo: «Manny’s song». È stato campione di 4 categorie, ieri è diventato il campione del «match del sogno». Niente titoli in palio, solo una grande credibilità e un’età (29 anni) per sognare ancora sul ring.