De Magistris mostra le carte: «Sei vecchio»

RomaAlla fine è la regola di tutte le rivoluzioni. Quelle, almeno, non sorrette dalla «tenerezza», per ricordare la parola più illuminata di Che Guevara: se inizi la rivolta e poi tratti con qualcuno, prima o poi ti accuseranno di tradimento. Se non ti mantieni puro e dissennato, inizierai a perdere consensi. Perché quando gli animi ribollono, gli effetti sono sempre mille volte più irragionevoli della spinta insurrezionale che li ha stimolati. La rivoluzione mangia i suoi figli. Inesorabilmente.
De Magistris-Robespierre preferisce il fioretto alla ghigliottina, per ora. Avanza nei consensi perché, non è un mistero, è più a sinistra: «avrei fatto parte dei servizi cubani», ha sorriso ieri, nel suo intervento al Congresso dell’Italia dei valori. È più a sinistra di Di Pietro-Danton. È anche di diciassette anni più giovane. E ieri, impietosamente, l’ha sottolineato: «Tra me e Antonio - ha detto giurandogli fedeltà all’hotel Marriott - ci sono venti anni di differenza. Per mia fortuna e per tua sfortuna». Fedeltà sospetta. Lo spunto dell’età è inelegante e un po’ vanitoso. Per intenderci era l’arma elettorale che usava sempre Veltroni con Berlusconi durante la campagna per le ultime politiche che poi affossò Walter. Tu sei vecchio, io sono giovane: non è mai una cosa piacevole metterla su questo piano.
È un gioco sporco, quello di De Magistris-Robespierre. E pure pericoloso. Pericolosissimo. Durante le elezioni americane dell’84 Walter Mondale, di 17 anni più giovane di Reagan, gli disse che era vecchio. E Reagan gli rispose: «Prometto che non sfrutterò per ragioni politiche la giovane età e l’inesperienza del mio avversario». Poi vinse le elezioni. Berlusconi replicò al nostro Walter nello stesso modo: «Non userò i miei vent’anni in più di esperienza contro Veltroni». Si sa come andò, in entrambi i casi. E comunque, dietro i sorrisi, erano sempre scintille.
Tornando indietro con il rewind alla frase precedente di De Magistris nel suo intervento, verrebbe da pensare anche che, pur difendendo il suo Danton, quel vanto della finta appartenenza ai servizi di Cuba sia stato da parte del più giovane ex magistrato un’altra bella stoccata a proprio favore. Tra Fidel e la Cia i rivoluzionari sceglierebbero il primo tutta la vita.
Ecco perché sono più queste frasi, non il senso generale del discorso, a far emergere le potenzialità antagoniste del «rivale» giovane di Tonino-Danton: il saper parlare alla sinistra estrema, l’essere più vicino a quelle cellule che vedono come fumo negli occhi un certo moderatismo nell'Idv come Micromega, e infine la sintonia con il progetto del Nuovo Ulivo del sindaco di Torino Sergio Chiamparino.
Ma non è un boia, De Magistris, o non ancora. È la riconoscenza il tratto apparente del suo discorso: «Credo che lui (Di Pietro, ndr) debba essere alla guida di un grande percorso politico - ha affermato - Per farlo bisogna passare da movimento politico a partito d’azione. Per farlo bisogna fare squadra». Addirittura, quando è circolata la voce «che stava per essere arrestato (sempre Di Pietro, ndr) gli ho telefonato e gli ho detto: mi costituisco, così litighiamo pure in galera».
Ma poi c’è quella frase: l’Italia dei Valori sia «baricentro tra il Pd e le altre forze di sinistra» che è proprio ciò che temono i meno sanguinari del partito.
E insomma, è vero che nell’Idv ci sono giacobini volonterosi, come il campano Francesco Barbato, che si è virtualmente candidato contro Di Pietro ma solo per arginare moti e sommosse da parte dell’ala moderata del partito. Il duello, però, il fuoco vivo, è tra i due, fuor di metafora giacobina: il giovane rivoluzionario Luigi e il padre padrone Tonino, messo per la prima volta alla prova della democrazia in un congresso interno. Strangolato tra le indiscrezioni sul suo passato prima di Mani Pulite che zampillano su tutti i giornali, la necessità di non tradire i suoi fedelissimi, e l’intraprendenza dell’emergente che vuol fare «l’incorruttibile». Ce n’è abbastanza perché senta, forse, almeno un po’ di Terrore.