De Michelis: "Reagan non ci sopportava più ma poi ci chiese di mediare"

L'ex ministro degli Esteri: "Gheddafi salvato da Craxi? Roba vecchia... si sapeva da tempo che i
rapporti tra Roma e Tripoli erano più che buoni, anche vent’anni fa"

Roma - «Gheddafi salvato da Craxi? Roba vecchia... si sapeva da tempo che i rapporti tra Roma e Tripoli erano più che buoni, anche vent’anni fa». Non trasale affatto Gianni De Michelis davanti alle rivelazioni di ieri mattina alla Farnesina. All’epoca era ministro del Lavoro e la cosa la visse di risulta, anche perché, notoriamente, non amava visceralmente la Giamahiria di Gheddafi. Ma a questo punto ci tiene a levarsi anche lui un sassolino dalla scarpa. «Perché - rivela a sua volta - è vero che gli Usa di Ronald Reagan malsopportavano il nostro rapporto coi libici, ma è anche vero che, come mi disse Andreotti, proprio Washington chiese di organizzare un viaggio a Tripoli dell’ambasciatore Wilson, quello presso la Santa Sede, e non Rabb che tuonava contro Gheddafi, per vedere di riallacciare i rapporti...».

Resta il fatto che Shalgam, il quale proprio nell’86 era ambasciatore libico a Roma, ha fatto capire che i rapporti tra il suo Paese e l’Italia erano molto più stretti di quanto non si sapesse...
«Se c’è un filo conduttore tra la Prima e la Seconda Repubblica è senza dubbio il rapporto tra Roma e Tripoli. Da Andreotti, a Craxi fino a Berlusconi, Prodi e D’Alema si è sempre mantenuto saldo il rapporto. Perché? Ma perché la Libia è quasi ... parte d’Italia. D’accordo: c’è di mezzo il mare, ma è più vicina a noi di quanto non lo siano i Paesi che confinano con le Alpi. Del resto Leptis Magna e Sabratha erano già romane a pieno titolo, ricche di reperti molto più di tante altre zone d’Italia».

Gli americani non gradivano affatto, all’epoca. Gheddafi era considerato il nume tutelare del terrorismo...
«Ma noi non abbiamo fatto mai mistero delle nostre idee e dei nostri contatti coi libici. Tant’è che il raid aereo che loro fecero dovette partire da basi spagnole, perché noi vietammo l’uso delle nostre. Craxi, come si è ricordato, fece avvertire il governo libico e, come ho detto, anche gli americani subito dopo cercarono agganci, tant’è che alla fine hanno trovato una composizione anche per la strage di Lockerbee».

E Gianni De Michelis, a lungo nume titolare della Farnesina, che rapporto ebbe coi libici?
«In realtà, in un panorama fitto di filolibici, io costituivo un po’ una eccezione: non ho mai molto amato né il colonnello né il suo regime. Forse anche per le estenuanti trattative che mi toccarono con Jallud e altri ministri sul contenzioso per i risarcimenti agli italiani cacciati via dal Paese o su quello per cui tante nostre aziende non venivano pagate da Tripoli...».

Gheddafi non aveva ancora preso a reclamare lui i risarcimenti...
«No. Iniziò subito dopo l’avvento della Seconda Repubblica pretendendo venissero rifusi i torti compiuti dagli italiani dal 1911 agli anni ’30. Comunque è un fatto che lo stop and go l’ha fatto il colonnello molto più di noi che abbiamo tenuto una posizione».

Per fortuna Gheddafi non è un integralista musulmano, no?
«Credo si senta più africano che mediorientale, in realtà. Lui propagandava il suo libretto verde, e non il Corano. E poi occorre considerare che è arrivato al potere detronizzando re Idriss, un senusso che per l’Islam è figura importante, per cui non concede spazi di alcun genere all’estremismo islamico. Potendo contare, tra l’altro su una concentrazione demografica limitata che lo aiuta a snidare facilmente i gruppi fondamentalisti».

De Michelis, ma oggi lei si fida di Tripoli alla luce di quel che ha visto?
«Mi pare che alla fine, e al di là delle ragioni storico-geografiche, le cose si sono evolute in modo che sì, possiamo fidarci della Libia e del colonnello».

AMC