De Mita-D’Alema, quei nemici alleati

L’ex segretario Dc e il presidente Ds guidano la lista dell’Ulivo in Campania. Nel 1988 si sfidavano in tribunale a colpi di querele

Massimo Malpica

da Roma

In una coalizione che ha nel dna il bisogno di ricorrere a manipolazioni genetiche per restare unita, quel vertice della lista dell’Ulivo in Campania 2 (l’intera regione meno Napoli) non stona nemmeno troppo: numero uno Ciriaco De Mita, numero due Massimo D’Alema.
S’erano tanto odiati, il leader Dc e il líder Massimo, e ora corrono a braccetto verso le urne tra Salerno e Avellino, tra Nusco e Paternopoli. Ma la pole position elettorale assegnata al guru democristiano non è scivolata via senza traumi: la base della sinistra fa molta fatica a digerire l’idea che «lista unitaria» per la Quercia significhi piazzare l’ex avversario in cima all’elenco e costringere il popolo diessino a eleggerlo, grazie al proporzionale. Tra i dirigenti, la corrente bassoliniana appoggia la scelta. Non però un politico come Michele D’Ambrosio, storico leader irpino di Pci e derivati, ora a capo della Federazione avellinese della Quercia. A fine anni ’80, da deputato, D’Ambrosio s’era fatto valere nella commissione parlamentare d’inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto, accusata dalla Dc di essere una «clava» per colpire la Balena Bianca nel nome dell’Irpiniagate. E il diessino ha continuato a scontrarsi con De Mita: ancora l’anno scorso, durante una crisi alla Provincia di Avellino, aveva replicato a un attacco dell’ex presidente del Consiglio con una battuta caustica: «A De Mita non va giù che la Quercia irpina non faccia parte del giardino della sua villa a Nusco». Inevitabile che oggi D’Ambrosio, come ha raccontato a inizio febbraio l’Unità, non consideri questa scelta «un grande affare» per l’Ulivo: «Presentandosi col volto di un uomo simbolo del vecchio regime, che ancora mantiene sotto un ferreo controllo clientelare vaste aree della Campania», per lui la coalizione finisce per «negare i suoi stessi solenni propositi di cambiamento».
Borbottano i vertici, la base ha il mal di pancia. E inevitabilmente il fianco sinistro resta scoperto. Così quando il segretario provinciale di Rifondazione, Gennaro Maria Imbriano, non se la prende solo con Berlusconi ma ricorda come «in Alta Irpinia sono ben visibili i gravi limiti che hanno segnato nei decenni scorsi le politiche democristiane», la conseguenza è che molti elettori della Quercia irpina cominciano a provare una certa attrazione per il partito di Bertinotti. E D’Alema? A parole non soffre l’ingombrante vicino, anzi: a Salerno a inizio marzo, ha definito la lista unitaria come «vera novità» delle prossime elezioni e, pur senza mai nominare l’ex leader dc, ha paragonato l’Ulivo a «quei grandi partiti di una volta che tenevano unito il Paese».
Insomma, non sarà il nuovo che avanza quel binomio insolito sull’elenco consegnato alla Corte d’appello di Benevento, sede dell’ufficio centrale elettorale della circoscrizione, ma di certo è il segno dei tempi che cambiano. Perché fino a pochi anni fa D’Alema e De Mita insieme in tribunale ci finivano per altri motivi. Successe, per esempio, nel 1988, quando il politico irpino querelò l’allora direttore dell’Unità. Motivo, un articolo sul destino dei fondi per la ricostruzione apparso in prima pagina sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci e allora diretto da D’Alema. Che il 3 dicembre di 18 anni fa optò per un titolo un po’ forte: «De Mita s’è arricchito col terremoto». Sotto quella bastonata, l’Unità raccontava la storia del boom post-sismico della Popolare dell’Irpinia, la «banca della Dc» di cui era azionista anche il leader democristiano. Fu l’inizio di un duro braccio di ferro tra l’Unità che appoggiava la richiesta radicale di creare una commissione d’inchiesta e De Mita che urlava al complotto. «Cialtronerie», replicò Il Popolo il giorno dopo, mentre il segretario Dc, annunciando querela, osservò piccato: «Comunisti e fascisti adoperano ora le stesse armi e gli stessi insulti». Gli rispose un velenoso editoriale firmato D’Alema. «Quella vicenda - scriveva l’ex direttore - svela la logica di un sistema in cui è normale la commistione tra interessi pubblici e privati, tra Stato, affari e partito di governo. La conseguenza di questo sistema non è soltanto la mancanza di trasparenza, ma l’inefficienza, lo spreco, l’uso clientelare e partigiano delle risorse pubbliche». E c’era già l’eco delle obiezioni dei diessini di oggi, nel finale di quel pezzo d’annata: «Una grande forza di opposizione - scriveva il politico-direttore - ha il dovere di porre questi problemi. E di essere esigente e severa con chi parla di voler “cambiare la politica” con troppa prosopopea e con poca perseveranza». Forse per una «grande forza» che aspira a governare, quella severità non è più così doverosa.