De Mita, l’eterno ritorno al ballo del potere

Lo davate in pensione irreversibile, finito, morto per la politica, consegnato alla storia patria con tutti i meriti e le colpe inanellati nella sua lunghissima carriera, vero? E invece no, a dimostrazione che i politici a volte ritornano, ma se sono vecchie glorie democristiane non se ne vanno mai, immarcescibili, inaffondabili e semprallertastò. Passano i lustri, scompaiono i partiti, tramontano le ere e le repubbliche, ma Ciriaco De Mita è ancora qui con noi, più splendente che pria. Volevate privarvi del prototipo di intellettuale della Magna Grecia che tutto l’Occidente ci ha sempre invidiato, della testa più pensante mai sviluppata all’ombra dello Scudocrociato dai tempi di don Sturzo e De Gasperi? Ingrati e presuntuosi, il nuovo che avanza è incarnato alla perfezione e da sempre, in quest’uomo di 81 anni compiuti, ex premier, ex pluriministro, ex segretario, ex tutto. Immaginate una carica qualunque o un evento politico della prima o seconda repubblica: De Mita c’era. E ora la resurrezione di Lazzaro, che pur puzzava già. Walter Veltroni e Dario Franceschini se ne erano liberati relegandolo nelle soffitte del Pd, Mario Landolfi e Nicola Cosentino lo han riesumato innalzandone la bandiera nel Pdl. È morto Ciriaco a sinistra, viva Ciriaco a destra!
Per carità, lungi da noi la tentazione di irridere o volere insegnare l’altrui mestiere a chi lo fa da decenni. E va bene che la partita vera non è questa delle europee e delle amministrative parziali che si gioca a giugno: il ballo del potere vero e concreto si tiene tra un anno per le regionali, e quello non è un giro di valzer per debuttanti, mica siamo qui a pettinar le bambole, signori cari. Sì, è noto. Ma quanto vale la conquista del Vesuvio, il Tesoro di San Gennaro, Castel dell’Ovo, miseria e nobiltà, il greco di tufo e tutta la falanghina che zampilla in Campania? Non è che per eccesso di investimento, finite col favorire l’uscente Antonio Bassolino che è scampato all’immondizia ma è ugualmente cotto e stracotto?
Le indiscrezioni su «forti malcontenti» nel Pdl per la sorprendente agnizione dell’orfanella De Mita, si fanno più forti. Ma la notizia comunque, c’è ed è ricca, succosa e abbondante non solo per il Sud. Ciriaco De Mita sarà capolista per Strasburgo, in ogni caso e sicuramente sotto il simbolo dell’Udc. Ma l’accordo di Pandolfi e Cosentino per il Pdl campano, stretto con Domenico Zinzi e lo stesso De Mita per l’Udc, è «globale», va dalle europee alle amministrative, sino al ricambio regionale dell’anno prossimo. Vi sembra eccessiva l’ipotesi del simbolo Ppe per Strasburgo, dove corrano insieme Pdl, De Mita e anche Clemente Mastella? Nel summit partenopeo di giovedì scorso intanto, all’Udc sarebbero stati assegnati il sindaco di Avellino - uomo di De Mita, ça va sans dire - e il presidente della provincia di Caserta che il centrosinistra perderà a occhi chiusi, mentre il Pdl avrà la provincia di Avellino. Se nel Sannio, andrà qualcosa anche all’Udeur? Mastella al summit non era stato invitato. Ma il Leader di Ceppaloni sta buono e zitto, ha ottenuto la candidatura da «indipendente» nel Pdl per l’Europarlamento e scalda i muscoli per l’alleanza alla regione. Non sarà certamente lui, a sollevare lamenti. Almeno sin quando le urne non diranno quanto pesa ancora, almeno in Campania.
Certo, al conto della serva, o della casalinga di Voghera se preferite, il Pd è spacciato: lo vede anche Bassolino che da quel gran maestro di galleggiamento che è, ora infatti si butta sempre più a sinistra. Se da una parte hai i «santini» di Berlusconi, Fini, Casini, De Mita e Mastella, per gli avversari non c’è storia, almeno sulla carta: destinati alla fine di Pompei. Ma forse sono calcoli fatti senza l’oste, cioè gli elettori. Lo gradiranno questo giugno dei morti viventi, il gran ritorno dell’intera democristianeria benedetto dal nuovo Pdl, il miracolo della «corrente del golfo» di gaviana memoria?
Basta però, buttarla in politica, andiamo alle passioni e alle pulsioni umane, interroghiamoci sull’uomo di Nusco. Perché Casini e Mastella non vogliano arrendersi è comprensibile, sono giovani (relativamente), hanno commesso errori (il Pier di più), Clemente poi è stato vittima di una vera e losca congiura, dunque alla riscossa. Ma il padre nobile, lo statista pensatore, perché s’ostina a calcar le scene, dalla Scala al teatro comunale di Avellino? Non ha sopportato il pensionamento coatto ordinato da Veltroni, e forse nutre rancore. Ma saltare dal Pd al Pdl, pur passando per l’Udc, non gli appanna il medagliere?