«De Mita segretario dc grazie ai massoni»

Francesco Kamel

da Roma

Presidente Cossiga, ha letto cosa dice di lei De Mita?
«Immaginatevi se non leggo tutto quello che dice il “filosofo della Magna Grecia”, o in riferimento alla sua cultura ed esperienza il “Lepido di Nusco”. Come al solito, per scarsa memoria, mischia il vero, il meno vero e, diciamo così, il “non vero”».
De Mita le dà del «pazzo».
«Ma soltanto alla Erasmo da Rotterdam. Come se dessi a lui del faccendiere e del clientelare, lo farei nei termini in cui Amendola tessé l'elogio di queste categorie nella prospettiva della sostituzione della signoria dei latifondisti».
Partiamo dalle verità.
«È vero che non ero il “suo” candidato per il Quirinale».
Allora cosa accadde?
«Ciriaco voleva “ricucire” con i comunisti e quindi voleva che il nuovo presidente, democratico cristiano, fosse eletto da tutto l'arco costituzionale. Da prima, disse Giulio Andreotti cui naturalmente, scomparso Aldo Moro, spettava per autorevolezza: l'unico vero grande uomo di governo cattolico del dopoguerra».
E De Gasperi e Moro?
«De Gasperi è stato uno dei quattro grandi uomini di Stato della storia italiana con Cavour, Giolitti, Mussolini. Moro? Il più grande leader politico cattolico dopo Sturzo e il più innovativo anche se conservatore, ideologo politico cattolico del dopoguerra, maggiore anche di Dossetti».
E lei?
«Soltanto un intelligente e informato commis d'etat».
Torniamo ai candidati...
«Esperiti i necessari contatti, Andreotti gli riferì che “non era cosa”, Ciriaco portò in campo il suo vero candidato: Leopoldo Elia, ma ci fu il veto di Craxi. Si passò a Forlani. Ma ci fu il veto del Pci che avvertì che non avrebbero votato neanche Fanfani. Allora De Mita ebbe una “geniale pensata”. Mi chiamò e mi disse che avrebbe puntato su me in un colloquio con Natta. Se anche questo tentativo fosse fallito, avrebbe abbandonato la strategia del “consenso dell'arco costituzionale” e fatto eleggere Forlani. Io gli inviai una lettera confidenziale in cui spiegavo i motivi che non consigliavano che il cattolico da eleggere fossi io. Ma non mi ascoltò e a casa di Biagio Agnes convinse Natta. Fui eletto come candidato residuo».
Perché si pentì presto?
«Mi rifiutai di considerare valido costituzionalmente il “patto della staffetta” che lui affermava di aver concluso con Craxi e mi mandò a dire attraverso Fabiano Fabiani e Peppino Gargani che “non avevo capito d'essere stato eletto solo per fare fuori i socialisti”. Io lo mandai a quel paese».
E le «non verità» di De Mita?
«La “non verità” è che non abbia avuto a che fare con i servizi segreti. Il Sismi e io lo aiutammo a prendere i contatti con la Cia, che gli organizzò il viaggio negli Usa. E poi ebbe a che fare con il Sismi quando questo lo informò che il suo consigliere diplomatico era un informatore dei servizi della Cecoslovacchia. E poi chi, se non i servizi, possono avergli detto quello che poi riferì a Eugenio Scalfari? Era il momento in cui i due si erano “teneramente innamorati”, grazie anche a Caracciolo e Carboni».
Flavio Carboni?
«Non faccia insinuazioni su un compaesano e amico, certo non colpevole della morte di Calvi. De Mita doveva gratitudine a Carboni».
In che senso?
«Prima veniamo alle accuse su Gelli e la P2. Sono diventato amico di Gelli quando la magistratura ha perseguitato lui, la sua famiglia, e perfino la moglie quando giaceva in fase terminale per un cancro. Con la P2, peronista, antidittatura in Argentina, ebbi a che fare quando un ammiraglio argentino piduista si offrì di aiutarci a rintracciare i “desaparecidos” e mi fu fatto incontrare. Smettiamola con questa bufala della P2 e con questo settarismo contro la massoneria. Parla di questo proprio De Mita che ha chiesto e ottenuto, grazie anche a Carboni, l'aiuto del Grande Oriente di Palazzo Giustiniani per la sua elezione a segretario Dc, ricevendo in pompa magna il Gran maestro e Carboni?».