DE MONFREID Il vecchio pirata alla riscossa

Avventuriero, fotografo e scrittore. Al Museo della Marina di Parigi una mostra ripercorre tutte le rotte di un uomo libero

nostro inviato a Parigi
L’anti-Rimbaud. Se si volesse definire con una parola Henry de Monfreid, cui il Museo della Marina di Parigi dedica ora una grande mostra, «En Mer Rouge. Henry de Monfreid. Aventurier et fotographe», forte di più di 150 immagini, molte inedite, questa sarebbe la più indicata, pur se fuorviante. Prima di vivere il giovane Arthur aveva già scritto tutto, e viaggiare per lui non sarà altro che l’esperienza della sua opera, laddove il vecchio Henry arriva alla scrittura dopo aver tutto vissuto e il viaggiare è, più semplicemente, la sua opera, l’unico modo possibile per sopportare e/o fuggire il mondo. Più in là nell’antinomia non si può andare, pena la confusione, perché la pasta umana era la medesima, l’insofferenza per le consuetudini, una doppia vita che è insieme morte e rinascita, l’Io che diviene l’Altro.
A un quarto di secolo dalla sua morte, de Monfreid vive in Francia una nuova «giovinezza»: divenuto famoso negli anni Trenta, quando aveva già superato i cinquant’anni, tornato alla ribalta nei Sessanta, grazie all’amicizia con Cocteau, l’esposizione al Museo della Marina è ora la consacrazione di un recupero post mortem fatto di biografie approfondite, nuove edizioni critiche, un interesse per il marinaio, il fotografo, l’etnologo, il viaggiatore tour court che prende il posto del sulfureo avventuriero, dello scrittore-corsaro che in vita lo innalzò ma anche lo dannò. Perché, in ultimo ma non per ultimo, Henry fu anche una sorta di prototipo dell’«uomo nuovo» fascista fra le due guerre, pessimista e attivo, anti inglese e filo italiano, e questo per il politicamente corretto degli intellettuali francesi è, oggi più di ieri, difficile da accettare e quindi da dimenticare. Peccato.
De Monfreid era un nome d’arte, scelto dalla nonna, Marguerite Barrière, cantante lirica di scarse speranze. Sposata e separata, Marguerite divenne l’amante di un ricco gioielliere americano, Gideon Reed, che la mise incinta, provvide, grazie alle sue entrature al consolato americano, a farle avere una nuova identità, vedova de Monfreid, appunto, e poi la mantenne vita natural durante. Dalla coppia nacque George Daniel, il futuro papà di Henry: crebbe nella bambagia economica e nell’aridità effettiva. Ragazzo, George si scoprì una vena pittorica, frequentò Degas e Maillol, si legò d’amicizia con Gauguin. Quando quest’ultimo deciderà di andarsene in Polinesia ne diverrà l’agente, il sostenitore, il difensore. Nel tempo si ritroverà con una collezione straordinaria, che mezzo secolo dopo, Henry de Monfreid, già vecchio e famoso, ma eterno furfante, provvederà a falsificare e a dilapidare.
Di questa «dinastia scombinata», in cui nessuno è veramente quello che appare, con una madre, Amélie, più grande di sei anni del padre e già vedova di un alcolizzato, Henry, nato nel 1879, è il brutto anatroccolo che non si decide a diventare cigno. I genitori divorziano quando lui ha 18 anni, è uno sbandato di incredibile magrezza che quando si specchia si trova orribile e ridicolo, lascia la scuola, si mette con una ragazza madre, Lucie, che lavora ai mercati generali, e lava macchine, impianta un allevamento di pulcini, si dà al commercio del latte, compie qualche truffa. Dai venti ai trent’anni la sua è la vita irregolare di un fallito. Sente che la normalità non è per lui, però non riesce a capire quale anormalità gli si confaccia. «Ciò che sembrava essenziale alla società mi appariva ridicolo e ciò che interessava agli altri, insensato. Da principio pensai di essere stupido o pervertito e cercai di mediocrizzarmi. Non potendo cambiare il mondo tentai di forzare la mia natura».
Quando non si riesce ad avere un destino, può accadere che il destino decida per te. Una grave malattia lo immobilizza per quasi un anno, il padre ne approfitta per liquidare con del denaro Lucie... È il 1911 quando Henry, ristabilitosi, accetta di trasferirsi in Etiopia, dove un amico gli offre un lavoro. Sul ponte del bastimento «Oxus» guarda il porto di Marsiglia allontanarsi: «In un attimo tutte le piccole, mediocri regole borghesi in cui avevo chiuso i miei istinti per quindici anni furono consumate. Scompariva il passato, quel passato nauseabondo... Con gioia feroce ne dispersi la cenere a pedate».
Da adesso fino agli anni Trenta, de Monfreid farà il contrabbandiere, il trafficante d’armi e di droga, avrà una flottiglia armata. Il giovane Wilfred Thesiger, il futuro grande viaggiatore inglese, trovandosi ad Harrar sognerà di imbarcarsi su una delle sue navi, di mettersi ai suoi ordini. Henry si è fatto musulmano, vive come gli arabi, detesta il colonialismo ventruto dei suoi compatrioti, non ama quello occhiuto dei britannici. Finisce più volte in galera, lo accusano di assassinio, lo prendono per una spia. Nel 1923 Ida Treat, la giornalista americana che ha sposato Paul Valliant Couturier, il comunista pacifista eroe della Grande guerra, fa scalo a Gibuti. Un veliero attira la sua attenzione. «Un uomo bianco era a poppa. Difficile prenderlo per un somalo, ma non avresti saputo dire se era un arabo o un europeo. Muscoloso, il suo corpo aveva il colore del tabacco. A testa scoperta, sotto il sole equatoriale, i piedi ben piantati, una fiera al sole. Una barca di somali gli passò vicino e i marinai lo salutarono con un grido ritmato: Abdl-el Hai....O.O.O.O. Abdl-el Hai!». Era de Monfreid, e quello era il suo nome arabo, «schiavo del vivente», uno dei 99 nomi di Allah. In Pearls, Arms and Hashish, la Croisière secrète, Ida Treat ne lancerà la leggenda.
Con lei, con Valliant, con Teilhard de Chardin, Henry entra in amicizia. In apparenza non hanno nulla in comune, ma il pacifismo di Vaillant è di quelli maturati nel carnaio del ’15-18 e può intendersi con il bellicismo di de Monfreid che è, semplicemente, la lotta per la vita. Quanto al suo comunismo, è l’anticapitalismo e la difesa dei più deboli, in sintonia con il fascismo di de Monfreid, che ama molto l’Italia, vede in Mussolini un rivoluzionario e nel suo colonialismo non lo sfruttamento, ma un’idea di civiltà. Sbagliano tutti, ma c’è ancora spazio per le illusioni e le amicizie al di là delle ideologie.
Espulso dall’Etiopia, de Monfreid ci tornerà nel ’36, con le truppe italiane; ma ormai non è più «il vecchio pirata» che Joseph Kessel, grande inviato fra le due guerre e cuore avventuroso, ha celebrato qualche anno prima in un suo reportage: è uno scrittore. Le secrets de la mer Rouge, Aventures de mer, La poursuite du Kaipan, Les derniers jours de l’Arabie heureuse... Sono una quindicina i libri che nella prima metà degli anni Trenta pubblica per Grasset e Gallimard. Resoconti, commenti, romanzi, è la sua vita che si dipana, qui e là abbellita, mai edulcorata. Oggi si leggono con il piacere delle storie senza tempo, allora erano vita vissuta.
In Francia è alla moda. Quando vi soggiorna va alle cene in smoking ed espadrillas, frequenta il bel mondo. La Seconda guerra mondiale lo coglie in Africa. Appoggia Pétain. Allorché gli italiani si ritirano sono gli inglesi a prenderlo in custodia. Comincia un’altra odissea. Nel ’45, quando finalmente ne esce, scrive a uno dei suoi editori per sapere il da farsi: «come tutti vi credevo morto» è la risposta.
Il dopoguerra francese del «vecchio pirata» che Jean Cocteau ha ribattezzato il «il mio caro corsaro» è all’altezza del suo passato. Cammina con uno sciacallo al fianco, alleva manguste, tiene un corvo sulla spalla destra, si esibisce al Vieux Colombier come chansonnnier. I suoi libri riprendono a vendere (in tutto ne scriverà una settantina), incide dischi, tiene conferenze, gira film, entra nel dizionario Larousse, ma gli viene rifiutato l’ingresso fra gli «immortali» dell’Académie Française, rischia di nuovo la galera perché oppiomane, fa naufragio al largo del Madagascar a quasi ottant’anni. Muore che ne sta per compiere 95, l’ultimo vero filibustiere della letteratura europea.