De Niro: la mia Cia? Ricorda molto la famiglia Corleone

«Ho diretto come Le Carré scrive i libri». Ma la storia, con Damon e la Jolie, ha troppe incongruenze

da Berlino

Storia di un patriottico mascalzone, L'ombra del potere (in originale The Good Shepherd, il buon pastore) di Robert De Niro, in concorso ieri al Festival di Berlino, pare il seguito di The Good German, visto il giorno prima. All'austera cinefilia di Soderbergh, De Niro oppone maggiori mezzi, ma ottiene minori esiti. La sceneggiatura di Eric Roth - che risale a una dozzina d'anni fa - procede di anacronismo in incongruenza. Intrigo-chiave della vicenda: l'immagine di un letto con zanzariera e radio-sveglia sul comodino. Il segreto dello sbarco nella Baia dei Porci (Cuba) sarebbe stato rivelato in un amplesso lì. Procedendo come per la celebre foto di Blade Runner, De Niro pretende di scoprire dai dettagli che l'immagine viene da Léopoldville (Congo) e conduce a una ventenne (!) congolese (!!) «miglior agente della Cia in Argentina» (!!!), in realtà doppiogiochista.
Per scoprire tutto ciò occorrono due ore e cinquanta minuti di indagini condotte da un funzionario (Matt Damon) entrato nell'Oss nel 1939, poi travasato nella Cia. Purtroppo De Niro non si limita a mostrarci il personaggio come spia: ce lo mostra anche come marito per necessità di un'ereditiera (Angelina Jolie) e come padre di un ragazzo infelice (Eddie Redmayne), oltre che come adepto della setta «Teschio e ossa», la P2 delle classi dirigenti americane. Chi ama C'era una volta in America (proprio con De Niro), avrà qui pane per i suoi denti; chi ama I tre giorni del condor, invece s'astenga.
De Niro ha seguito il suo film al Festival, dove non metteva piede da Paradiso perduto. Allora era alticcio e seccato; ieri era sobrio e simil-cordiale.
Signor De Niro, perché un frammento di Guerra fredda?
«Perché adoro quel periodo. È stato un eccezionale capitolo storico».
Se ne è scritto tanto, ma la si è filmata meno.
«Sì, è stata oggetto di molta letteratura, inclusa quella di James Bond, che mi ha sempre interessato molto».
Ha avuto un modello per il modo di rappresentarlo?
«Ho cercato di dirigere il film nel modo in cui Le Carré scrive i libri».
Lei è diventato celebre con film sulla mafia. Criminali organizzati, società segrete e servizi segreti si somigliano?
«Sì, in fondo agiscono tutti secondo la stessa logica. Nel Padrino però la famiglia aveva un ruolo più positivo che nell'Ombra del potere».
Per raccontare la storia di un paese attraverso quella d’un personaggio, s'è ispirato al modello di Sergio Leone?
«Forse sì. Non ne sono sicuro, perché non vedo C'era una volta in America da tanto tempo».
Non è un'angolazione riduttiva?
«La sceneggiatura è scritta così. Ma avevo pensato che anche il personaggio di John Turturro raccontasse la sua versione. Però così non funzionava».
Una polizia segreta ha le mani sporche, sempre e ovunque. Lei si occupa di quella del suo Paese...
«Non ho fatto il film per criticare la Cia, ma solo perché mi piaceva la sceneggiatura di Roth».
Lei appare appena, come fondatore dell'Oss.
«Non volevo che la recitazione mi distogliesse dalla regia. Mancava un attore e ho assunto quel ruolo».
Quasi tre ore per ventidue anni di Oss e Cia.
«Ne prevedo altre tre per il periodo dal 1961 al 1989. E altre tre dal 1989 a oggi».
Eventi recenti hanno influito sulla ricostruzione di quel passato remoto?
«Nella sceneggiatura c'erano parti ambientati in Iran, alle quali abbiamo rinunciato».