De Niro: «Racconto la storia della Cia senza farne un mito»

Il divo Usa a Roma per il lancio di «The Good Shepherd», la sua seconda regia, con Matt Damon e Angelina Jolie

da Roma

Pianta la sua cinepresa nel cuore gonfio degli affari sporchi americani, Robert De Niro, l’ultimo divo di Hollywood, nel 1993 promosso come esordiente grazie a Bronx e adesso, per la seconda volta, maturo regista di The Good Shepherd – L’ombra del potere (dal 20 nelle sale). E in due ore e quaranta di spionaggio, controspionaggio e tradimenti, consumati per trentacinque anni di Cia (come davanti alla parola «Dio» non si pone l’articolo), scorre la vita di un uomo fatto di pietra, che credeva nell’America. Al punto di sacrificarle il figlio amato, la bella moglie, ogni affetto distraente dalle «arti nere»: informazione e disinformazione. Era dai primi anni Novanta che l’attore, regista e produttore De Niro (sua la Tribeca Films) girava intorno al tema dei servizi segreti, più attuale che mai.
«Mentre lavoravo a un’altra idea, volevo comunque realizzare un film sul mondo dei servizi segreti. Così, mi sono imbattuto nell’ottima sceneggiatura di Eric Roth, che tra l’altro figurava nell’elenco dei migliori film internazionali, mai realizzati, forse perché troppo costoso», spiega il divo, al suo solito dimesso nel vestire (camiciola celeste, sbottonata sul collo e completo grigio del tutto anonimo, tanto basta lui a illuminare ogni esterno), ma ormai consapevole del proprio non più discutibile valore umano e artistico. «Volerò subito a Los Angeles, dove sto terminando le riprese di What Just Happened? sempre da regista, sulla storia di un produttore, dove circola ancora un’aria di segretezza», annuncia De Niro, passando il braccio sulle spalle di Giampaolo Letta, il patron della Medusa, Casa distributrice dell’ultima fatica di Bob e co-produttrice della prossima. Ci sarebbe di che essere orgogliosi, visto che l’unica tappa europea del fascinoso artista è l’Italia, dove la pellicola uscirà nella sua versione integrale, non ridotta di quei venti minuti d’autore tagliati nel resto del mondo. Omaggio alle radici italiane di Bob, o accortezza verso l’esigente pubblico cinefilo che sia, il nostro Paese è privilegiato, nella scena mentale di De Niro.
Ma l’elemento più attraente dell’operazione, per la star, che qui si è ritagliato il ruolo (quasi un cammeo) del Generale Sullivan, burattinaio accorto pronto a tirare i fili, magari proprio nel giorno delle nozze dell’agente Cia Edward Wilson (il sempre più bravo Matt Damon, attore con la laurea di Oxford in tasca), pronto a sposare una ragazza d’ottima famiglia (Angelina Jolie), perché incinta di lui, risiede nell’aspetto personale della storia. «Mi piace la storia privata, che si ricollega al mondo esterno, a un quadro più ampio, come accade qui, dove c’è un gruppo familiare, lacerato dall’attività segreta del capofamiglia», puntualizza la star, che ha in mente una trilogia sulla Cia. «Sto già lavorando alla seconda parte: m’interessa il periodo dal 1961 al 1989, tra la Baia dei Porci e la costruzione del Muro di Berlino. Certo, non penso a un’apologia della Cia. Ma molti spy-thriller, come quelli di James Bond o di Le Carrè, lasciano troppe domande senza risposta. Ecco: volevo colmare le lacune, illustrando il mito della Cia, in modo realistico. Insomma, ho fatto C’era una volta in America la Cia. Mi sento accomunato a Sergio Leone e alla sua determinazione di portare avanti un progetto», afferma Bob, volendo lanciare il suo film, senza però cadere nella trappola delle domande provocatorie. Così, elude una risposta sul caso Calipari, tirando la volata alla più potente agenzia segreta del mondo. «Ci sono dei casi sfortunati, di cui si parla molto. Ma nessuno parla mai delle imprese, andate a buon fine. Senza le operazioni di intelligence, comunque positive, chissà quante situazioni pericolose non sarebbero state evitate. I servizi? A volte ci colgono, a volte no. La linea è davvero sottile fra il dire tutto e il non dire quello che va fatto in nome dell’interesse nazionale. Spiato io? Anche a me è capitato di sentirmi osservato, come la prima volta che sono andato in Russia».
Il cast, «estremamente importante» per De Niro, è stellare e comprende Alec Baldwin e William Hurt, John Turturro e Billy Crudup, sul set in tre continenti. A smitizzare l’aura, forse troppo divina, ieri ha pensato la «iena» Enrico Lucci, con l’elenco dei segreti italiani (da Ustica alla strage di Piazza Fontana) e l’invito: «A Robbè, viè a girà in Italia». «Ma non avete, voi, registi in grado di raccontare tutto questo?», si è schermito Bob. Coro di nooo, ringraziamenti della star, risate. E un pizzico di amaro in bocca.