De Oliveira, la sfida impossibile è solo una minestrina d’autore

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Mettiamola così. Tu sei un anziano e rispettabile Maestro, un romanziere famoso, un musicista, perché no, un regista. Vuoi fare un omaggio a un autore che ti è caro, a una sua opera che ti ha particolarmente colpito: partire dal punto in cui essa terminò, immaginarne un seguito, trovarle una nuova conclusione. Realizzi questo progetto, poi chiami a casa tua gli amici più cari, nonché gli ammiratori tuoi e dell’autore amato, e glielo fai leggere, o ascoltare, o vedere. È un tributo, un esercizio di ammirazione, più un fatto privato che un fatto pubblico. Del resto, la continuazione in forma d’omaggio è caratterizzata anche dal fatto che se non conosci il lavoro originale ti perdi quei dettagli che impreziosiscono la successiva narrazione, una specie di note a margine, di contrappunto al testo... Messo in questi termini, Belle toujours, il film fuori concorso del più che novantenne Manoel de Oliveira, seguito ideale, quarant’anni dopo, di quel Belle de jour di Luis Buñuel ha una sua logica. Preso invece a sé stante e proiettato come un qualsiasi altro film, la logica si perde, l’esercizio d’ammirazione si affievolisce, le aspettative connesse al ricordo di quella che fu una pellicola scandalo, ma anche una pellicola di successo, prendono erroneamente magari, ma irrimediabilmente, il sopravvento.
Costruito intorno a una coppia di personaggi, la Séverine (Bulle Ogier) già eroina «nera» di Buñuel e Husson (Michel Piccoli), l’amico che ha conosciuto il segreto della sua doppia vita di donna borghese felicemente sposata, di prostituta con inclinazioni sadomaso, Belle toujours li fa ritrovare per caso, invecchiati, l’esistenza ormai alle spalle. Lei è vedova, non ha figli, la contorta sessualità di cui era stata preda è soltanto un ricordo, l’idea di chiudersi da qualche parte, un convento magari, sempre più forte. Lui è un alcolizzato benestante che al tempo della loro comune giovinezza l’ha desiderata, ma l’orgoglio, unito alla consapevolezza di non essere ricambiato, gli ha sempre impedito di dichiararsi. In cambio di un ultimo incontro, Husson promette a Séverine di rivelarle ciò che disse al marito di lei e che lei non è mai riuscita ad appurare: la nuda verità su quella duplice esistenza o una pietosa bugia atta a negarla? A contorno di questa cena degli addii, ci sono pochi comprimari: una barista al quale l’uomo riepiloga l’intera vicenda, due passeggiatrici di scarsa avvenenza.
Del delirio onirico e visionario di Belle de jour ovviamente non c’è nulla, ma la surreale storia di una donna che tradiva il proprio marito per un eccesso d’amore, l’alternarsi continuo di fantasia e di realtà, l’occhio compassionevole del regista nel trovare un finale in cui tutto armonicamente trovasse una sua ricomposizione, ridotta a una pura e semplice cronaca di perversioni lascia il tempo che trova. E se l’ipotesi monacale della donna ancora bella ma comunque agée, fa sorridere, il desiderio estremo di vendicarsi del vecchio spasimante alcolizzato risulta più che altro sproporzionato, e quindi un po’ ridicolo.
Per chi non ha visto Belle de jour, alcuni passaggi da cinefilo (il gallo, la scatola asiatica... ) risultano incomprensibili e/o superflui. Chi lo ricorda, è ancora così abbacinato dal gelido calore del corpo della Deneuve e dal profluvio di immagini e di trovate di Buñuel che ha l'impressione di trovarsi davanti a una minestrina. D'autore, ma sempre minestrina.
A chi obietta che Belle toujours va giudicato in quanto tale, opera singola di un cineasta con una statura in grado di reggere la sfida con il modello cui fa riferimento, si deve rispondere che sbaglia. A parte il fatto che è lo stesso de Oliveira a sottolineare la filiazione-omaggio, sfugge che se i remake, i rifacimenti, sono difficili, i seguiti altrui sono impossibili.